Sono tornati a gran voce i tifosotti. Quelli politicizzati, quelli che hanno maldigerito lo scudetto dell’anno scorso, tifando fino all’ultimo per l’Inter di Leonardo, uno che alla prima risposta a Berlusconi era diventato un eroe. Già questa estate lo scudetto numero diciotto era stato preso quasi come una spina nel fianco per i propri teoremi accusatori e già su interi siti si parlava di rinnovi e rosa non all’altezza del campionato. Oggi, appunto, torno a rileggere di Milan da rifondare, di mancato progetto e di mancata programmazione. Progetto e programmazione, appunto, le due parole più belle per riempirsi la bocca per criticare quando non si sa cosa dire.

In finale di Champions ci sono Chelsea e Bayern Monaco. Due squadre che – soprattutto la prima – non hanno mai programmato quasi nulla. Dalle parti di Stamford Bridge sono stati spesi fior di milioni per risultati fallimentari in coppa: 102 milioni solo questa estate, finiti poi con l’esonero di Villas Boas. A monaco ogni anno in cui la carta intestata del Bayern non viene aggiornata con nuovi trofei è un fallimento: i bavaresi a differenza dei londinesi riescono ogni tanto a lanciare qualche giovane in prima squadra e a fare qualche acquisto mirato ma comunque hanno un capitale spropositato frutto di una situazione di monopolio calcistico che in altri paesi è improponibile. In Italia, gol di Muntari a parte, vincerà la Juventus che ha chiuso il mercato estivo alla voce “spese” al quarto posto assoluto dietro a PSG, Chelsea e Manchester City con un mercato basato sul liberarsi a parametro zero di Andrea Pirlo dal Milan. Né nel caso del Chelsea, né in quello della Juventus si tratta di progetti o di programmazione ma di soldi e di scelte azzeccate in un’unica estate – ennesima riprova che chi tira fuori questi concetti lo fa per non parlare, altrimenti, di aria fritta. 

I tituli non si vincono programmando, ma si vincono cacciando fuori i soldi e comprando giocatori buoni. Al Milan lo scorso anno sono arrivati Ibrahimovic e Robinho prima, Van Bommel e Cassano dopo, quest anno sono arrivati Aquilani e Nocerino prima, Muntari e Maxi Lopez dopo – una differenza quantomeno sostanziale. Il non-gioco di Allegri ha fatto poi il resto, facendo apparire lo scudetto dello scorso anno (in cui si potevano e si dovevano fare molti più punti) ancora più casuale: casuale come può esserlo il risultato di uno scontro diretto che poi ti decide la stagione e, non a caso, con due vittorie contro la diretta concorrente come accaduto l’anno scorso la classifica sarebbe stata invariata. Nello scorso campionato, tolto lo scontro diretto, Milan e Inter avrebbero fatto gli stessi punti in classifica – e così sta accadendo in questo con la Juventus: mai frase fu più profetica.

Detto questo il Milan rimane la squadra più forte d’Italia – prova ne era il fatto che fosse una delle poche ad essere in corsa per tre competizioni a fine Marzo mentre, come già detto, altri hanno basato le loro vittorie sul non giocarne alcune e – come la storia insegna – per portarle a casa la prima dote, indispensabile, è la fortuna. Quella con la C maiuscola. Rimane l’unica a poter contare su cinque fuoriclasse: Thiago Silva, Pato, Boateng, Ibrahimovic e Cassano e – non a caso – i punti persi sono per gli infortuni contemporanei di tre di questi: per buona parte della stagione abbiamo potuto contare solamente sulla coppia Thiago-Ibra. Il Milan non è quindi da rifondare, ma semplicemente da ritoccare. Puntelli a centrocampo e in difesa possono benissimo essere Montolivo e Natali e possono anche andare bene se oltre questi arriva un campione – i titolari si pagano, le riserve possono anche arrivare a parametro zero.

C’è poi la questione guida tecnica. Allegri mi sembra un allenatore in confusione e la prova l’abbiamo avuta anche mercoledì con i cambi dopo quattro minuti e trenta secondi dall’inizio del secondo tempo fino alla dichiarazione, tardiva, di Emanuelson terzino sinistro il prossimo anno. Parliamoci chiaro – il perseverare su certi errori, come ad esempio i gol presi stile “Fiorentina”, danno una ulteriore conferma che Allegri non è un allenatore da Milan così come non lo era Leonardo e questo ci porta ad un ulteriore problema, unica colpa imputabile alla società: quella di non nominare mai un timoniere adatto a guidare la propria nave. La squadra si fa e si deve fare attorno all’allenatore – al Milan succede il contrario: si prende l’allenatore alla fine e gli si dà una squadra già pronta da gestire. Nel Milan di Berlusconi l’allenatore non è mai stato considerato come tale: non è mai stato contattato un coach “top mondo”, come ha fatto ad esempio l’Inter con Mourinho, ingaggiato e messo sulla panchina. Capello, Sacchi ed Ancelotti sono quelli che sono andati più vicini a questa filosofia, ma sono diventati tali al Milan – l’unica eccezione a questa regola ferrea può quindi essere considerato il ritorno di Don Fabio nel 1997.

Questo non può che portare a quanto abbiamo assistito negli ultimi quindici anni nei quali gli scudetti portati a casa sono stati solamente tre: in due di questi (2004 e 2011) si era nettamente superiori all’avversario. E’ infatti quando si deve lottare punto a punto che la guida tecnica entra in gioco – e il Milan questo non è stato in grado di farlo negli ultimi tre lustri, fatto salva l’eccezione del 99: si può perdere uno scudetto da favorita, come quello di quest anno, ma le lotte punto a punto perse stanno cominciando a diventare decisamente troppe. Una squadra diventa grande se ha un buon allenatore, ed è giusto che anche il Milan torni ad avere un allenatore con un’alta reputazione internazionale e un palmarès da club più titolato al mondo: non è più ora di affidare una Costa Concordia al primo Schettino di turno.

Diavolo1990

Posted by Diavolo1990

Amministratore, co-fondatore e capo-redattore del sito dalla sua fondazione.