Non è un paese per gufi, editoriale di Mattia Urbinati.

Sosta, santa sosta. In attesa di un referendum che abolisca lo stop per le nazionali il Milan può e deve ringraziare la settimana di pausa, che arriva in un momento in cui di lucido c’è solamente la pelle di vitello che riveste il tacco dello scarpino Adidas di Gianluca Lapadula, unica e sola nota lieta di una domenica pomeriggio trascorsa a stentare contro la penultima in classifica.
Lungi da me fare il disfattista dopo un campionato che segna punti venticinque e terzo posto in classifica dietro la spendacciona Juve e davanti l’ancor più spendacciona Internazionale effecì; sono anzi felice, eccitato, incredulo e con un fegato decisamente meno corroso rispetto gli ultimi cinque anni. Ma attenzione a sentirci una squadra da Champions, sono troppe le lacune evidenziate finora nel momento in cui un titolarissimo devi sostituirlo con l’ameba di turno. Amebe che noi ameremo sempre, perchè chi veste quella maglia va comunque amato e sostenuto; quello che però non possiamo fare è rendere l’ameba un calciatore utile e funzionale a una squadra European-wannabe qual è il Milan.

Novembre intanto giunge al giro di boa, tra punti strappati a mani nude e sanguinolente e quella parola ‘closing’ che mai come ora è prioritaria. E’ prioritaria perchè dimostra come l’ambiente sia estremamente sereno e responsabilizzato una volta devitalizzati quei capri espiatori che tifosi e giornali si sono divertiti a buttare sotto un camion di letame per anni. Ora non è più così, ora ci sono solo gli undici in campo. Non rendi? Vai a casa, è colpa tua. Non c’è più Abberlusconi, non c’è più Giannin Galliani, che anzi ci lasciano un’eredità molto più che dignitosa in barba agli strimpellatori d’odio che seduti in riva al fiume nell’attesa del cadavere dei potenti sono morti di fame, incapaci anche solo di esultare quando Santo Gigi da Donnarumma toglie con la manona guantata il missile velenoso sganciato da Khedira a 3 centesimi di secondo dalla fine della partita più importante degli ultimi otto anni. Noi quelli lì a tifare la nostra squadra non li vogliamo. Non li volevamo prima non li vogliamo poi. Stiano a marcirci sulla riva i gufi, da soli.
Intanto godiamoci il weekend da terzi classificati e incrociamo le dita per il nuovo corso, che sia fantastico come quello passato, ce lo meritiamo.

Mattia Urbinati

Posted by Mattia Urbinati

Prima c’era il gioco del calcio, poi è arrivato il Milan. Da quel momento tutto è cambiato. (L'Equipe)