Alla mezzora di gioco, durante la partita contro l’Hellas, con il Milan avanti di due reti , risultato che forse improvvidamente ritenevo già pressoché rasserenante , ho pensato che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Con la speranza di non intimorire fin dal principio i miei carissimi lettori, dichiaro immediatamente che non oserò avventurarmi in disquisizioni filosofiche e teologiche attorno al passo evangelico appena citato, nonostante il titolo un po’ provocatorio in cui il (molto) sacro e il (molto) profano sembrerebbero mischiarsi. Non ne ho le competenze e non è questa la circostanza più idonea. Adopero semplicemente questa citazione nel suo uso più schietto e quotidiano. In fondo, stiamo soltanto parlando di calcio. La cosa più importante tra le cose meno importanti.

Nel corso di questi mesi, forse in maniera un po’ semplicistica (attitudine imposta dalla precauzione o dalla diffidenza , a seconda delle personalità) abbiamo giudicato Inzaghi come un allenatore esordiente (primo dato inconfutabile) capace di portare entusiasmo dopo una stagione inaspettatamente desolante, capace di rinsaldare un gruppo ormai quasi completamente sfaldato e sfiduciato , e capace di ricompattare un ambiente che, immemore (e ingrato?) dei fasti di un tempo non troppo lontano, è stato eroso dalle feroci critiche esterne e dai grotteschi giochi di potere interni. Nel complesso, l’operato di Inzaghi non è stato valutato negativamente. Qualcuno ha avanzato accuse di servilismo prima ancora che vedessimo il nostro allenatore sedersi sulla panchina rossonera. Qualcuno ha confuso le disgraziate amichevoli estive per finali di Champions.  Qualcuno ha atteso la prima – e fino ad ora unica – sconfitta contro la squadra campione di Italia negli ultimi tre anni per dar prova del proprio scetticismo incondizionato. Qualcuno , ancora oggi, nonostante una bella vittoria su un campo storicamente sfortunato, riesce a trovare insignificanti particolari tecnico-tattici degni di disapprovazione. Ribadisco però , come nel complesso l’impressione sia che la bilancia dei giudizi penda leggermente sul versante delle valutazioni positive. Resta un solo aspetto da chiarire : sembra infatti che, ancora abbagliati dalla luminosità del giocatore, estasiati da quella sua propensione mercuriale a cogliere dove e come mettere la palla in rete (23 aprile 2003, Milan-Ajax 3-2), non riusciamo ancora a percepire l’intelligenza tattica dell’allenatore.

I due gol meravigliosamente simili di Honda rappresentano ,in un senso neanche troppo lato, un primo aspetto evidente in questo processo di chiarificazione .

Per quanto concerne numeri e moduli, mi trovo sostanzialmente ed umilmente, data la mia posizione, d’accordo con quanto affermato negli anni da Fabio Capello, l’indimenticato allenatore degli Invincibili, secondo il quale non esistono schemi. Esistono, più precisamente, due modi di interpretare la fase difensiva: con quattro o con cinque uomini (quella difesa ipocritamente nascosta dal 3-5-2). Posto quanto appena detto, non credo pertanto che esista una reale e sostanziale differenza tra il 4-3-3 e il 4-2-3-1 , ossia tra quelli che sembrerebbero essere i due moduli di riferimento di mister Inzaghi. E non credo esista differenza perché entrambi si fondano su un’idea tattica che al momento sembra precisa, un’idea che la squadra sta cercando di esprimere in campo – indubbiamente con alterni risultati – al di là degli uomini e al di là del modulo che apparentemente viene adottato per il piacere dei giornalisti più sconsiderati. I due centrali di difesa  (reparto che ha trovato, forse un po’ colpevolmente in ritardo, nella coppia Alex-Rami i suoi interpreti più affidabili) compongono i vertici bassi di una sorta di quadrilatero stabile completato dai due mediani del centrocampo (dato quest’ultimo punto, non deve stupire che Inzaghi stia schierando con insistenza Muntari al fianco di De Jong, a dispetto dei malumori aprioristici di qualche incontentabile). I terzini (un ritrovato Abate e un De Sciglio finalmente in ripresa) hanno chiaramente il compito di muoversi instancabilmente sulle corsie laterali. L’undici in campo, a prescindere dal fatto che si tratti di un 4-3-3 o di un 4-2-3-1, elemento che avvalora la mia tesi, è completato da un centrocampista preposto all’inserimento (generalmente Poli, tenuto conto che anche lo stesso Muntari, un giocatore di cui , eufemisticamente, non apprezzo tutte le qualità, è comunque abilitato a operare sia in fase di contenimento sia in fase di proponimento) e da un attacco composto da uomini di movimento, giocatori di discreta qualità che riescono a svariare su tutto il fronte di attacco (Honda, Menez, Bonaventura, El Shaarawy). Torres rappresenta soltanto apparentemente l’elemento discordante di questo attacco. Il declino in fase realizzativa è stata la causa per cui l’attaccante spagnolo ha cambiato le sue caratteristiche nel corso dell’ esperienza londinese ai Blues, trasformandosi in una sorta di punta atipica, capace di tener palla e di amministrarla con qualità. Per adesso la condizione fisica non è evidentemente ottimale. È chiaro che il giocatore deve ambientarsi, così come è chiaro che non sia psicologicamente sereno. Detto che le sue qualità non possono essere messe in alcun modo in dubbio da un discreto conoscitore della scienza (inesatta) calcistica, al momento non penso sia ragionevole bocciare Torres , essenzialmente per due ragioni : anzitutto perché, proprio per le caratteristiche sopra elencate, rappresenta comunque un giocatore capace di gestire il pallone , puntare l’uomo  e aprire il gioco anche in un momento di forma psicofisica non ottimale (rimanendo fuor di dubbio la grande intelligenza tattica) ; in secondo luogo perché, alla luce della rinascita – quasi mistica – di Honda, preferirei non espormi, come fanno e come hanno fatto molti, col rischio di far poi una pessima figura.

Oltre alle caratteristiche dei giocatori, è il modo in cui si sviluppa usualmente l’azione ad essere emblematico di ciò che Inzaghi chiede alla sua squadra. Questa sorge dai piedi non delicatissimi di De Jong, un giocatore comunque in costante e netta crescita che, per l’abnegazione, l’attenzione e la concentrazione  messa in campo in ogni partita, meriterebbe , a mio modestissimo avviso, la fascia di capitano. Il numero 34 rossonero imposta  raramente l’azione in verticale, prediligendo il passaggio semplice e laterale. I giocatori  eletti a ricevere la sfera sono, alternativamente, o uno degli attaccanti di movimento che retrocede sulla linea dei centrocampisti, oppure uno dei terzini che si propone in fase di spinta. Le soluzioni, a questo punto, diventano quasi necessariamente due, con l’azione che si sviluppa in velocità – e quindi in verticale -, con la sovrapposizione di un giocatore che parte defilato, o in orizzontale grazia alla capacità degli attaccanti di tener la palla e di saltare l’uomo.

Credo, in maniera molto franca, che si tratti di impostazione tattica che comporta un’evoluzione rispetto ai moduli, agli schemi e in definitiva ai sistemi di gioco adottati in precedenza. Allegri ha avuto la ‘fortunata’ sventura di poter schierare, per due anni , un giocatore semplicemente fenomenale come Zlatan Ibrahimovic, uno dei giocatori che più apprezzo nel panorama internazionale, uno dei pochi capaci di accentrare veramente il gioco su se stesso. Per quanto riguarda Seedorf, invece, non saprei purtroppo cosa dire (se qualcuno, giunto a questo punto si stesse inutilmente chiedendo “E’ una provocazione?”, sappia che la risposta è inequivocabilmente “Sì”) .

Date a Cesare quel che è di Cesare, quindi. E pertanto date a Pippo quel che è di Pippo. Non solo un grande motivatore. Non solo un uomo della società. Non solo un importante uomo-spogliatoio. Ma anche e soprattutto un allenatore.

Un aspetto da non sottovalutare.

Ps. Questione Honda. Honda non è un fenomeno. Non era scarso prima , e non è da pallone d’oro adesso. È però, in qualche modo, il simbolo di questo Milan. È stato inopportuno criticarlo aspramente la scorsa stagione,  sarebbe altrettanto inopportuno incensarlo adesso. Merita sicuramente più di un plauso. Merita sicuramente più di un attestato di stima. Honda è uno di quei giocatori che stanno interpretando al meglio la voglia di rivalsa personale e collettiva della squadra. Il resto sono chiacchere. Chiacchere di giornalisti che si stupiscono che un giapponese possa essere momentaneamente capocannoniere della serie A (Se Twitter fosse esistito nel 1995, Ivan Zazzaroni si sarebbe stupito del fatto che un liberiano può vincere il Pallone d’oro?), chiacchere di chi accusa trivialmente gli altri di essere degli idioti miopi, quando meno di un anno fa riteneva Honda come un giocatore non da Milan, da mandare ogni domenica in tribuna.

Chiacchere. Il rumore dei nemici, disse una volta il più amato e apprezzato tra i miei nemici.

Pps. L’umiliazione della Roma merita una menzione ? Sarò estremamente sincero. Se la Juventus o l’Inter avessero perso 7-1, in casa, contro una qualsiasi squadra in Champions League,  probabilmente avrei scritto un intero editoriale proprio su questo, con insano sadismo. Se fossi tifoso bianconero o neroazzurro, e grazie a Dio non lo sono, non gioirei comunque tanto. Sono stati umiliati loro, è vero. Ma a perdere, siamo un po’ tutti, con il livello del calcio italiano che scende, scende, scende, scende, scende, e infine sprofonda. Purtroppo.

Marco Pasquale Marchese

Twitter : @Pasquale_Mar

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?