Keisuke Honda si innamora della sfera a pentagoni bianchi e neri già nei primi anni della sua vita, agevolato anche da suo fratello maggiore, un ex giocatore di modesta dimensione ora suo procuratore.
In Giappone però si sa, la cultura del pallone rasenta lo zero, infatti Honda si trova a dover subire un vero e proprio lavaggio del cervello dai suoi professori e genitori, i quali cercheranno di allontanargli dalla testa i pensieri riguardanti il calcio sostenendo che non lo avrebbero portato da nessuna parte, e di concentrarsi sullo studio.
Keisuke però è un ragazzo determinato e chiuso nel suo mondo rettangolare verde delimitato da linee bianche e nel tema di fine anno accademico lo scriverà chiaramente: voglio giocare nella migliore squadra della Serie A e indossare la maglia numero 10.

Durante gli anni di liceo passa prima dal club della sua squadra locale alla selezione giovanile del Gamba Osaka, che però sembra non volerci puntare troppo, scelta che lo porterà quindi a dedicarsi soprattutto alla squadra della sua high school, dove viene notato da un talent scout che gli dirà per la prima volta nella sua vita che sarebbe potuto diventare il giocatore più forte del Giappone e lo porterà con sè al Nagoya Grampus, la squadra che lo fece conoscere a livello nazionale e ad assaggiare per la prima volta un campo della massima divisione giapponese.
La passione di Honda è forte, fortissima; arrivato a percepire uno stipendio dignitoso passa le sue giornate esclusivamente ad allenarsi e a seguire per vocazione tutti i campionati più importanti. E’ affascinato in particolare da Serie A e Liga Spagnola, innamorato calcisticamente di giocatori come Seedorf e Ronaldinho, rappresentanti maestosi di quel numero 10 che identifica nell’immaginario di tutti il Calcio. Come lo sono Monet e Renoir per l’impressionismo. Diversi, ma sontuosi. Ispiranti.

Gennaio 2008 significa per Honda lo sbarco in Europa. Van der Weide del VVV-Venlo lo chiama e gli dice che in Olanda vogliono costruire la squadra intorno a lui. Intorno a Keisuke. Lui non ci pensa due volte e si presenta al calcio europeo guadagnandosi negli anni di militanza nel Venlo il soprannome di Keizer Keisuke (imperatore Keisuke).
Arrivato a quasi 30 gol in due anni, attira le attenzioni del CSKA Mosca, la squadra della definitiva consacrazione di Honda. Qui guadagnerà fama internazionale, una maglia da titolare nella nazionale e il quasi coronamento di quel sogno partito da lontanissimo.
Honda è un professionista esemplare, conduce una vita sana e attenta in ogni particolare. Mantiene il suo fisico con cura minuziosa non lasciando nulla al caso. Allenamenti di squadra, allenamenti individuali, dieta sana con pochissimi cibi raffinati e tantissimi vegetali, in particolare cavolo bianco.
Mai un richiamo, mai una parola fuori posto. E’ un leader morigerato fuori e dentro il campo. Un eroe venuto da lontano.

Caratteristiche mentali e tecniche si sposano alla perfezione con quello che è un profilo perfetto per l’AC Milan.
Liedholm, Rivera, Savicevic, Gullit, Seedorf, Rui Manuel Costa, Keisuke Honda. Essere inserito in questa lista di nomi toccherebbe le corde di chiunque. Spaventa, emoziona, carica, responsabilizza, fa sognare.
Voglio giocare nella migliore squadra della Serie A e indossare la maglia numero 10, aveva scritto nel suo tema 15 anni prima. Qualcuno lo ha ascoltato.
E ricordiamolo, ci dicevano che Honda era stato preso per ragioni di marketing, per far vendere magliette, per attirare i giapponesi.
Ora gli stessi lo includono in articoli sull’evoluzione del numero 10 nel Milan.
Per dirla come si usa dire ora: “c’è ancora posto sul carro”?
Si, ce n’è. Direzione Giappone.

Mattia Urbinati

Posted by Mattia Urbinati

Prima c’era il gioco del calcio, poi è arrivato il Milan. Da quel momento tutto è cambiato. (L'Equipe)