Solo chi arriva ad affrontare la battaglia ha la possibilità di perderla

Solo chi arriva ad affrontare la battaglia ha la possibilità di perderla. Finchè possiamo, combattiamo.

Ennesima sconfitta di questa maledetta stagione, in un campo non semplice come quello di Udine, con una squadra imbottita di riserve. La Champions è alle porte, e credo chiunque sarebbe stato d’accordo nel fare turnover; ovvio che, se fatichiamo con i titolari, non possiamo aspettarci tanto dalle riserve. Puntualmente, nel dopo partita, in giro per l’internet sempre la solita tiritera: tutto va male, via Seedorf, vogliamo Allegri, Serie B, baratro, questo è scarso, questo è una merda, questo è un bidone. Ovvio, se la pietra di paragone sono Iniesta e Tourè allora chiudiamo tutto, sono buoni a giocare a pallone due cristiani su 7 miliardi e fine della festa. Fortunatamente non è così: per quanto in partita l’insulto e le imprecazioni, nella giusta misura, possano starci, dietro alla prestazione di un giocatore, in campo, c’è molto di più della semplice capacità tecnica.

Posto che la pietra di paragone non siamo noi, altrimenti non si potrebbe parlare e scrivere di calcio, bensì le prestazioni, dietro a ciò che noi tifosi e non solo vediamo in campo c’è un mondo: la partita è solo la punta dell’iceberg, come tutti sappiamo. Si può dire che un giocatore è scarso, ma lo si dice perchè lo si crede davvero, o per evitare di dover andare ad approfondire il discorso? Bisogna tenere presente, alla base, che ogni giocatore comincia a giocare circa all’età di 5/6 anni, fa tutte le varie trafile e, se ha talento, carattere e fortuna, approda al calcio professionistico. 12 anni passati, più o meno, a giocare a pallone, e staremmo parlando di un 18enne. Fatta questa premessa, alla base della prestazione di un calciatore ci sono centinaia, se non migliaia, di elementi, impossibili da considerare tutti: i giocatori sono uomini, tutte quelle varianti psicologiche, fisiologiche e caratteriali influiscono sul rendimento. Per non parlare dell’adattamento alla cultura sia nazionale che di squadra; l’adattamento al sistema tattico, il rapporto con i compagni, i dirigenti e i tifosi, il rapporto con amici e familiari, i vari problemi che ne conseguono e potrei andare avanti non so per quanto. Quello che voglio dire, è che prima di giudicare definitivamente un giocatore, andrebbero valutati diversi elementi, diverse situazioni, senza bollarlo semplicisticamente come scarso.

Ma finchè questo discorso lo si applica ai tifosi, vabbè, può starci che tra le varie opinioni giustamente divergenti, qualcuno tenda a pensarla semplicisticamente: vuoi perchè non ha interesse a seguire o ad approfondire la questione, vuoi per carattere o per altri motivi, ma finchè la cosa si limita ai tifosi è assolutamente tollerabile. Intollerabile, invece, quando a ragionare in questo modo sono i giornalisti, o presunti tali. Breve premessa a questo discorso: il giornalismo sta morendo. In Italia la situazione, e sono buono, va dal disastroso al tragico: i prodotti offerti dai quotidiani/tv italiani sono scadenti, in termini di informazioni. Chiunque siano gli editori, cioè i padroni dei giornalisti che seguono alla lettera gli ordini, costoro agiscono per il loro interesse, condannando la stampa italiana alla staticità se non addirittura alla regressione. Fortunatamente, questo sistema crollerà molto presto: grazie alla rete non saranno più necessari intermediari tra la fonte e il pubblico, e la rivoluzione digitale premierà solo le agenzie, che monopolizzeranno le news a tutti i livelli, i siti/testate con gli approfondimenti di maggior qualità e la lungimiranza. Del resto, non studio inglese e tedesco per caso.

Perchè questo pippone sul giornalismo italiano? Cosa me ne frega, direte voi. Ebbene, per dimostrare, signori miei. Questo, ad oggi, rappresenta la realtà del giornalismo sportivo italiano. Parliamoci chiaro: avessi scritto io, o chiunque di voi, una roba del genere per una qualunque testata registrata, sarei diventato in un millesimo di secondo, lo zimbello di almeno due universi. Ecco, cavalchiamo un po’ l’onda, attacchiamo alla cazzo questo e quest’altro senza abbozzare nemmeno lontanamente una base di argomentazione, et voilà, il gioco è fatto. “Seedorf è l’uomo giusto per affondare il Milan”. Non l’ha scritta un tifoso, e la trovo, sinceramente, gravissima. In Italia, nel giornalismo italiano, tutto ciò è possibile.

Questa sera affrontiamo la sfida di ritorno contro l’Atletico Madrid. Possibilità? Poche, ma mettiamo subito in chiaro una cosa: se passiamo non facciamo un’impresa, battiamo un’ottima squadra ma, a livello internazionale, lontana dai top club attuali, così come se perdiamo non è un tracollo, una disfatta. I Colchoneros partono favoriti in virtù del risultato dell’andata e del loro score stagionale in casa, ma se gli episodi (difficilissimo) girassero a nostro favore, la situazione si ribalterebbe in un attimo. Facile non è, impossibile nemmeno: dobbiamo crederci, e se non succederà pazienza, la nostra storia deve andare avanti.

Giangi_Ceresara

Posted by Giangi_Ceresara

Classe '93, studente di Linguaggi dei Media in Cattolica, è redattore del blog da quasi un anno. Il Milan è la passione di una vita, nel bene e nel male rossonero per sempre.