O vendi o spendi.

Non c’è titolo migliore del concetto passato nella giornata di ieri da Luca Serafini: qualora il Milan dovesse cedere Thiago Silva al Paris SG si dimetterebbe ufficialmente da grande club. In realtà il Milan questo passo lo ha già fatto sei anni fa, con la prima cessione importante, quella di Andry Shevchenko al Chelsea per i rubli di Abramovich – mai prima d’ora infatti la società rossonera aveva ceduto un campione ad una diretta concorrente per l’Europa.

Andando a vedere i risultati dal 2006 ad oggi tutto ciò è confermato: la Champions League vinta immediatamente è stata il canto del cigno di un gruppo che già si era formato dietro l’Ucraino – gruppo che poi andando a sfaldarsi di trofei importanti vedrà il misero scudetto dell’anno scorso unico trofeo nei successivi cinque anni. Lo sapevamo e lo sapevamo già dalla vittoria di Atene che quella sarebbe stata l’ultima coppa dei campioni alzata per un bel po’ di tempo e c’era già consapevolezza di questo al momento della vittoria greca: una vera e propria vergogna per i tifosi.

La trattativa per Thiago non è che l’ennesima manfrina mediatica di un presidente che non ha più voglia e passione di gestire una squadra che non vuole vendere. Si è parlato di bilancio – ma il bilancio è stato appena ripianato nell’assemblea degli azionisti con l’assegno di Berlusconi a differenza di Kakà 2009 e una cessione che non abbasserebbe le spese fisse (come potrebbe essere quella di Ibrahimovic) darebbe ben poca linfa alle casse.  La storia del bilancio a posto e in attivo per una cessione è quindi l’ennesima c….ata per giustificare la dirigenza, nonostante quanto detto, infatti, se una società ha un debito in bilancio da sempre questo viene scalato dalla vendita al momento della cessione, ribassando così il prezzo. Non esiste in nessuna economia al mondo l’obbligo di vendere una società col bilancio in attivo, anzi le maggiori acquisizioni (termine tecnico, scalate) avvengono molto spesso quando le società hanno gravi buchi di bilancio da ripianare.

Facciamo però per un attimo i tifosotti creduloni: ammesso e non concesso che questi soldi vadano a bilancio – siamo poi sicuri che il gioco valga effettivamente la candela? L’effetto domino con i giocatori che chiedono la cessione vedendo sparire il progetto a loro promesso pare essere già partito – qualora non ci si dovesse qualificare per la prossima Champions League come ha fatto l’Inter nell’affare Eto’o si perderebbe inoltre gran parte del guadagno senza considerare la preziosissima sponsorizzazione di Fly Emirates, uno dei pochi marchi con ampia disponibilità economica che difficilmente accetterebbe di porre ancora il suo brand su una società non vincente, costringendoci a ripiegare sui primi Betclic e Balocco a caso.

C’è poi l’opzione B, quella di un reinvestimento di parte dei soldi. Nessun acquisto sarà mai pari alla cessione dell’unico top mondo nel proprio ruolo (considerato che Ibra in valore assoluto è sì superiore al brasiliano, ma ha davanti Messi e Ronaldo nel ruolo di attaccanti) che gioca nel campionato italiano. Si perderebbe la pole position per il prossimo scudetto che attualmente abbiamo comunque in virtù della rosa e del fatto che si giocherà ad impegni pari con la Juventus la prossima stagione – finendo sicuramente dietro i bianconeri e forse anche dietro al Napoli di Mazzarri con ancora il malus Allegri che causa la perdita di 5-10 punti a stagione da applicare in attesa di capire cosa farà l’Inter sul mercato. C’è però il precedente proprio di tre anni fa con i soldi di Kakà rimasti lì, freschi, in attesa di un acquirente perché appena Galliani e co. provavano ad avvicinare un giocatore il prezzo lievitava in modo tale da poter comprare solamente ad offerte indecenti – salvo poi cedere lo stesso giocatore a prezzi inferiori ad altre società: emblematico il caso di Hernanes. Gli acquisti andrebbero quindi fatti prima di una cessione importante, come è stato per Ibrahimovic e Robinho prima delle cessioni per 25 milioni complessivi di Borriello e Huntelaar.

La trattativa invece evidenzia grandi incomprensioni a livello societario: Allegri è stato completamente tagliato fuori, Barbara si oppone, Braida dice che non sarà venduto proprio mentre Galliani (quello del 99,9%) partiva in aereo per Parigi, il non-presidente boh… ma se tra una mignotta e l’altra ce lo fa sapere lo possiamo aggiungere.  Cosa ancora più grave: è stato il Milan ad andare a Parigi e non il Paris SG a venire a Milano come si confà quando un giocatore viene venduto. Questo fa pensare che siamo stati noi i primi a voler piazzare qualche pezzo pregiato come dei volgari piazzisti provando a contattare più persone possibili per sentire il prezzo migliore prendendo per il culo i tifosi.

C’è poi la terza ipotesi – ancora peggiore della cessione – quella di un teatrino mediatico stile Kakà-City per giustificare altri non acquisti in estate con un paio di giornalisti di turno a piangere urlando “grazie presidente”. Sarebbe una figura di merda colossale oltre al danno di immagine a cui non voglio nemmeno pensare.

La missione del Milan è quella di lottare ogni anno per vincere la Champions League partendo, se non tra le favorite, almeno immediatamente alle spalle di esse: questa società ha ampiamente dimostrato di voler fare del Milan una nuova Udinese – se non è più in grado di mantenere fasti e promesse del passato che metta pubblicamente la società in vendita, la svenda e se ne vada. Purtroppo per noi Il Milan serve a Fininvest unicamente per risparmiare soldi sulla tassazione delle altre imprese del gruppo – quello che il presidente (per noi, non servi e non politicizzati, rigorosamente con la p minuscola seguendo le regole della lingua italiana) non dice quando si vanta di staccare assegni e di cacciare i soldi è che in realtà parte di quei soldi li sta risparmiando da un’altra parte.

Il Milan ideale dovrebbe adattarsi alle grandi squadre non solo nello stadio di proprietà, ma anche e soprattutto in una giunta direttiva che rende conto di quello che fa ad un azionariato popolare. E’ il momento che si aprano gli occhi e che si provi a fare un Milan vincente, cosa che questa società non è più in grado di fare anche a costo di ripetere quanto fatto dai cugini nel 1908: una secessione contro questa società immobile e vetusta che appoggerei senza condizioni da imprenditori col cuore rossonero che volessero provare una ipotesi tanto remota quanto affascinante. Si lo so, c’è chi parla di colori prima di società e dirigenti: la ritengo una patetica scusa per coprire la mala gestione. La politica del Milan è sempre stata quella di identificarsi prima nei giocatori, poi nei colori facendo diventare i giocatori stessi un esempio e un simbolo dei colori che portavano e non trattandoli come merce di scambio.

L’ultimo paragrafo di questo sfogo lo dedico a Thiago Silva che comunque non è esente da colpe: è facile parlare di Baresi e Maldini e di voler diventare una bandiera lontano dal calciomercato. Certe cose bisognerebbe prima dimostrarle coi fatti che a parole rifiutando anche offerte importanti da altre società o magari scendendo in campo in un derby scudetto anziché pensare all’olimpiade con la propria nazionale. Viva la sincerità di Ibrahimovic – tanto odiato per essere mercenario ma che, perlomeno, dice sempre quello che pensa.

Diavolo1990

Posted by Diavolo1990

Amministratore, co-fondatore e capo-redattore del sito dalla sua fondazione.