E’ il 24 aprile 2007, il Milan affronta all’Old Trafford il Manchester United. Semifinale di Champions League. Ci arriviamo da sfavoriti dopo aver superato il Celtic Glasgow con molta fatica e l’impresa di Monaco contro un Bayern che a fine anno andrà in Coppa UEFA. L’avversario è un Manchester che da lì a due anni non perderà più una eliminatoria fino alla finale di Roma, portandosi a casa – in mezzo – il trofeo a Mosca. In campo c’è un giovanissimo Cristiano Ronaldo che nei dieci anni a venire farà qualcosina a livello internazionale ma quella sera gli occhi sono solo per lui. Il Bambino d’oro.

Quella semifinale è stata qualcosa di incredibile. Il punto più alto mai raggiunto da Kakà al Milan. Due gol completamente diversi, entrambi molto difficili. Il primo è un diagonale che infila Van Der Sar e la mette nell’angolino. Il secondo è qualcosa che per descrivere bisogna aver visto, impensabile anche solo da pensare: puntare Heinze e Carrick, farli scontrare e trovarsi solo davanti a Van Der Sar che non può far altro che vedere il pallone insaccarsi in rete per la seconda volta.

Quel Milan non è più il Milan di campioni che conoscevamo: dopo l’ingiustizia subita in Calciopoli e la cessione di Sheva ci troviamo con una squadra che deve contare su Oddo e Jankulovski terzini titolari, Dida post-petardone, un Maldini avanti con l’età, Ambrosini a centrocampo e davanti Alberto Gilardino mai tornato, comunque, ai livelli di Parma chiamato a non far rimpiangere il numero sette. Poi c’è lui, maglia numero 22, leader tecnico, chiamato alla consacrazione definitiva sul palcoscenico più importante. Non è più il giocatore inesperto con la faccia pulita arrivato al Milan nel 2004 ma è un calciatore che è finalmente e definitivamente sbocciato a livello internazionale: perno ideale tra centrocampo ed attacco negli anni di Ronaldinho, Messi e Ronaldo.

Kakà era sul tetto del mondo: ogni tifoso del Milan si identificava in lui e aveva la sua maglia, si identificava in un talento cristallino identificato e portato a Milano da una società che senza le interferenze barbaresche era ancora la migliore al mondo. Quelle mani al cielo, quella esultanza di chi sapeva godere e far godere. Poi tutto, improvvisamente, è andato storto. Un Milan in difficoltà che non fa la Champions League, un allenatore ormai a fine ciclo restio ad innovare la propria idea di calcio, un padre troppo avido, uno stipendio sempre più alto che il Milan non poteva più permettersi e allora l’idea di andare via, in cerca di soldi.

Il Kakà milanista è morto quella sera lì, su quel balcone con la maglia al vento, nel momento in cui rifiutò il City avendo già in testa il Real Madrid. Con la maglia blanca non è mai stato lo stesso, non si è mai ripetuto, arrivando a non giustificare mai quei milioni spesi ma diventando sempre più ricco ogni dieci del mese. Il destino beffardo lo mette di fronte a noi immediatamente in quel 3-2 di Madrid che farà storia con un tecnico – Leonardo – che lo avrebbe forse valorizzato a dovere in quel 4-2 fantasia. Coi suoi soldi un anno dopo compriamo Ibrahimovic che ci porta a vincere lo scudetto ma non è la stessa cosa: quel Milan che non riesce più a vincere un girone non ha dimensione internazionale ma è una macchina da campionato tanto è vero che in Italia domina ma in Europa esce con il Tottenham.

Kakà si rende conto dell’errore e ogni estate prova a tornare ma quel contratto e quell’ingaggio che non vuol ridursi è sempre uno scoglio troppo alto. Ce la facciamo – finalmente – nell’estate 2012. Kakà torna a casa ma non è più casa sua: qualche tifoso lo insulta, finisce nel mezzo di una guerra di potere atta a destabilizzare il Milan dall’interno. Ogni acquisto di mercato è bloccato sistematicamente dal tentativo di Barbara Berlusconi di far la guerra a Galliani e così salta ancora Tevez e per prendere Matri, a rate, si deve cedere Boateng, reduce da una doppietta nel preliminare di Champions il giorno prima.

L’esordio col Torino è choc: si rompe subito e deve stare fuori in un periodo in cui il Milan non può nemmeno contare su Balotelli e Pazzini, trascinatori l’anno prima nel girone di ritorno – ma deve accontentarsi di El Sharaawy, Robinho, Niang avendo il solo Matri a disposizione come prima punta. Quel girone di andata ci costa la Champions League ed è la prima tessera del crollo visti i mancati ricavi che ne conseguono. Lui però torna in campo ed insegue quel gol che arriva quella sera contro la Lazio, alla sua maniera: puntandone due e spedendo la palla nel sette. Raramente ho pianto per un gol del Milan ma quella sera mi commossi quasi come se avessimo alzato un trofeo.

Per pochi minuti, forse pochi secondi, c’era l’illusione che tutto fosse come una volta. Che il bambino d’oro, il nostro bambino d’oro fosse tornato a casa, nel suo habitat naturale, a riportarci dove dovevamo stare. La stagione di Kakà non sarà negativa con una decina di gol segnati tra cui due in Champions League al Camp Nou e al Vicente Calderon, quest’ultimo segna anche l’ultimo gol in Champions League del Milan. E’ altrettanto evidente, però, che non è più la stessa cosa – manca un allenatore, manca buona parte dell’organico e Kakà è un predicatore nel deserto: fallisce il mondiale e va di nuovo via, destinazione Orlando, e fa male come la prima volta.

Nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, vedendo la sua maglia autografata in un quadretto a casa mia, rimarrà sempre l’eterno dubbio, l’eterno rimpianto, di quello che sarebbe potuto essere il più bel binomio calcistico rossonero degli ultimi dieci anni. Rimarrà sempre il rimpianto di non poter tornare indietro e fermare tutto e non vedere un talento così, rovinato dalla cupidigia di cattivi procuratori e cattivi consiglieri. Goderne, però, seppur per poco, in quella fredda notte di fine ottobre con la Lazio, è stato bellissimo, una volta di più.

Auguri Ricky. Ci manchi e ci mancherai sempre.

Diavolo1990

Posted by Diavolo1990

Amministratore, co-fondatore e capo-redattore del sito dalla sua fondazione.