Ho sempre detestato la categoria dei criticoni. Quelli che, in cerca della prestazione, criticano la squadra nonostante il risultato. Quelli che, in cerca del risultato, criticano la squadra nonostante la prestazione. Quelli che, in cerca dei gol, criticano un attaccante nonostante l’impegno. Quelli che, in cerca dell’impegno, criticano un attaccante nonostante i gol. E così via. Ho sempre detestato insomma la categoria dei criticoni, la categoria di quelli che imbastiscono il loro discorsino retorico fingendo soddisfazione solo per arrivare a dire, a un centro punto, “anche se”.

Il risultato va bene, anche se …

La prestazione va bene, anche se …

A tutto questo si aggiunga il fatto che ho sempre detto di anteporre il risultato alle prestazioni (anche se non farò mai mio il motto per cui vincere al di qua del confine non è importante, ma è l’unica cosa che conta). Nel calcio però, ahinoi, conta metterla dentro almeno una volta più del tuo avversario. Perché, insomma, l’Ungheria del 1954 (quella di Puskas) sarà anche stata la “squadra d’oro”  ma alla fine il miracolo di Berna lo hanno fatto i tedeschi dell’Ovest (anche se attorno a quella vittoria girano certe storie …)

Anche se …

C’è qualcosa che ancora non mi scalda completamente il cuore in questo Milan di Montella. Siamo secondi in classifica. Non succedeva da tempo. Non so neanche da quando non accadeva (per dire: ieri sera, su Netflix, ho visto il documentario tratto dal libro di Alan Friedman, My way, in cui si vede una delle visite delle venerdì di Berlusconi a Milanello; è il Milan di Inzaghi, il Milan di Zaccardo, Armeno, Van Ginkel … avevo i sudori freddi, conati di vomitato e per un po’ ho pensato seriamente di chiedere aiuto).

Un pareggio in un derby, a mente fredda, somatizzata la rimonta fortunosa del novantaduesimo, ci può stare. Ci può stare perché il derby è sempre una partita e una storia a sé. Perché, nonostante ci siano otto, sedici, trentadue punti di differenza tra le due squadre, un derby si gioca per vincere, ma soprattutto per non far vincere gli altri. Un pareggio ci può stare alla luce della già citata posizione in classifica (di entrambe le squadre), alla luce del fatto che nelle prossime due partite affronteremo Empoli e Crotone, alla luce del fatto che loro hanno appena cambiato l’allenatore, alla luce del fatto che loro hanno giocato alla garibaldina per riscattare una stagione fino ad ora penosa (così come penosa è stato il modo di celebrare il pareggio in stile Madrid 2010).

Anche se …

Anche se rimane l’impressione che si poteva fare qualcosa di più. La squadra è sostanzialmente compatta, gioca con attenzione e intensità per quasi tutta la partita. Cerca, in maniera quasi ossessiva e quindi studiata, di far male in contropiede. Forse troppo. Nel derby abbiamo fatto tre tiri: due dentro (quelli di Suso) e uno fuori (quello di Pasalic). Da una parte questo dimostra concretezza, dall’altra ci dice che dobbiamo fare ancora di più.

Sembra un Milan, passatemi il termine, operaio, che vince nonostante la prestazione. Circostanza che potrebbe anche andar bene, attenzione, ma che, secondo me, col tempo potrebbe non bastare. Quindi sì, sono caduto anche io nella trappola del criticone, ma sono un criticone di lunga durata: penso più alla seconda parte della stagione che alle partite che si stanno giocando adesso.

Quando un Milan operaio potrebbe non avere sogni abbastanza grandi.

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?

3 Comments

  1. Borgofosco

    L’ottimismo della ragione ci portava a sopravvalutare anche Zaccardo, Armero e Van Ginkel che attraverso ‘assurde comparazioni’ li credevamo i nuovi Tassotti, Serginho e Rijkaard. Allora si ci si illudeva che quel Milan potesse anche vincere se ci fosse stato qualcuno che fosse anche lontanamente comparabile a Van Basten. Berlusconi talvolta ‘esagera sempre un po’. Ma l’uomo è questo prendere o lasciare. Nella storia rossonera c’è stato un Milan operaio che giocava anche un calcio divertente. Verza comparato a Rivera e Pasinato a Benetti. Per non dire di Joe Jordan, lo squalo, comparato a John Charles. Momenti di scarsa gloria di fantastiche illusioni che addirittura ci facevano pensare sino a credere che Oscar Damiani, se non si fosse fatto espellere ad inizio partita contro la ‘giuve’ a San Siro, avrebbe cambiato le sorti di quella sfida contro i padroni di tutto e di tutti. Già…allora eravamo classe operaia ed i padroni erano come quando in presenza di amici fai finta di prendere il bicarbonato per digerire ciò che non hai mangiato. I veri milanisti non rimpiangono neppure quel Milan operaio. Non si pentono d’aver scontato anche e soprattutto colpe di altri. Non erano loro i maggiori responsabili che trescavano con l’edicolante di Udine o i fruttivendoli e gli osti romani che vendevano e compravano i risultati delle partite. Altri lo facevano e vincevano anche se poi dovevano corrompere i testimoni che si defilavano, forse perché pagati, prima che potessero farli condannare alla retrocessione. Da noi vigeva il motto dura… lex sed lex… Noi milanisti credevamo che quel principio dovesse e potesse essere attuato con tutti coloro che partecipano a competizioni sportive. Ma da altre parti vogliono vincere sempre e non importa come(Clattenburg docet o per tornare da noi ‘Palazzo arbitrale’ docet). A quelli lì non è mai fregato un ca@@o sul come potevano convincere la critica sportiva… bastava vincere. Per arrivare a tale scopo non si tenevano ‘scuorn’ neppure nel a mandare i propri dirigenti industriali. Costoro toglievano l’abito d’ufficio e indossavano maglietta, pantaloncini e scarpe bullonate. Cosa non si fa per rispettare il principio di vincere sempre, ovunque e comunque? A loro non fregava un ca@@o di come questo avveniva. Evito di citare in modo sgradevole quanto dolorosamente visto all’Heisel. Si al Milan ora con l’arrivo dei ‘comunisti cinesi altro non era possibile se non lasciargli in dote un ‘Milan operaio’. Silvio Berlusconi ci aveva provato a fare qualcosa di diverso nel spiegare ai cinesi che il sistema capitalista, applicato al mondo del calcio, non è l’inferno. Chissà cosa sarà riuscito a fargli capire. A breve sapremo. Per ora godiamoci questo ‘Milan operaio’ che sta meritatamente laddove nessuno pensava. Soprattutto non lo pensavano gli sciocchi servi che straparlano attraverso i media ed esaltano le virtù di una squadra invero mediocre(ora anche a Siviglia la pensano in maniera del tutto simile a come la pensano quasi tutte le squadre italiane che hanno avuto la disgrazia di incrociarli quando lottavano per traguardi importanti(Verona e Muntari docet) Una accozzaglia di interessi complicati, economici più che sportivi, complicati il cui motto da sempre è: vincere e chi se ne frega di convincere. Per loro quel che conta è l’almanacco pieno di titoli ‘fatti in casa’ e vinti anche se poi non si sottilizza sul come. Anche loro si rendono conto che quell’almanacco non conta, moralmente, un ca@@o. Allora noi milanisti, orgogliosamente, possiamo gioire grazie ai baldi giovani del Milan di Vincenzino. Una manna dal cielo! Una squadra che è infinitamente migliore, sotto il profilo morale, di quella della ‘capra di Livorno’.Allora si d’essere orgogliosi di questa classifica perché tutti i punti che gli scavezzacolli rossoneri hanno conquistato. Punti sudati sono veri e che non sono frutto di accordi con gente che si scansa. Andiamo avanti e vediamo come il ‘Milan comunista’ saprà o vorrà di nuovo entusiasmare il suo sterminato ed ineguagliabile popolo rossonero.

  2. M’inchino al commento di Borgofosco nei limiti posturali (25% di accennata flessione prevista dai codici araldici).
    Cito qui una frase pronunciata da Moratti figlio (sic) all’epoca dell’affare Kanu, quando lo prese e lo curò da una grave malformazione cardiaca e, rispondendo ai critici che lo beccavano sulla sua ingenuità nell’acquisto: “In certe storie, meglio passare da fessi che da furbi”.
    Perdonate la citazione del cugino ricco, ma mi sembra una frase esemplare per la chiosa al discorso – giusto e dovuto – fatto da Borgofosco.
    Il famigerato “stile Juve” non esiste e non è mai esistito, se non in qualche felice battuta (ma solo quella) dell’Avvocato, che comunque si circondava – guarda caso – sempre di elementi abituati a mettere le mani nel fango.
    Chiudo con due battute originali di due gobbi durante un Bologna-Juventus (1-1) di nota memoria, appena dopo un’incredibile cappella di Zinetti, portiere felsineo.
    Brio: Mister, e ora che facciamo?
    Trap: Fateli pareggiare!
    Noi fummo mandati in B per molto meno…

  3. Eh, caro Borgofosco, la classe operaia andra’ pure in Paradiso ma non ricordo abbia vinto la Coppa dei Campioni. Ci vogliono i soldini ed i grandi personaggi. Peccato che quando i padroni di tutto e di tutti eravamo noi gli stessi milanisti auguravano la galera all’artefice delle loro vittorie. Che dire?

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