(La suggestione) Conte, (il gran ritorno di) Ancelotti, (l’ipotesi irrealizzabile) Guardiola, (l’intrigante) Emery, (l’idea) Klopp, (l’esperto) Spalletti, (la scommessa) Sarri (il ritorno dell’esiliato) Seedorf, (il Milan ai milianisti) Donadoni, (la riconferma improbabile di) Inzaghi, (la promozione di) Tassotti, e poi Montella, Brocchi, Ventura, Cannavaro. Questi sono tutti i nomi accostati alla panchina del Milan da quell’organizzazione a delinquere legittimata che ci ostiniamo a chiamare “giornalisti sportivi”. Questi sono tutti (o quasi tutti i nomi; ho dovuto compiere uno sforzo mentale considerevole per ricordare proprio tutti i deliri della stampa), elencati nell’ordine in cui, più o meno, avrei voluto desiderato vederli sulla panchina del Milan. Il nome di Mihajlovic lo avrei messo probabilmente dopo Donadoni, che al termine di questa stagione avrebbe meritato una menzione d’onore, e prima della riconferma di Inzaghi, che al termine di questa stagione avrebbe meritato una menzione di disonore. Il nome di Mihajlovic si trovava cioè, nelle mie personalissime simpatie, proprio al di sopra del limite dell’appena accettabile.

Eppure si tratta, molto molto molto verosimilmente,  del nostro nuovo allenatore, per cui lo accolgo sinceramente a braccia aperte e con fiducia. Come avrei fatto con quasi chiunque. Come ho sempre fatto con qualcuno che entra a far parte del Milan, dal momento che rimango dell’idea, forse un po’ antiquata, di un tifo che significa anzitutto sostegno e passione.

Riguardo a Mihajlovic non scriverò molto, almeno in questo momento. Quest’anno di esperienza con il blog mi ha lasciato un insegnamento davvero importante. I giudizi, nel bene o nel male, specialmente quando sono pubblici, vanno ponderati. Codardia? Può darsi. Razionalità? È più probabile. Brucia ancora tanto l’entusiasmo iniziale per Pippo. Brucia ancora tanto l’illusione per quelle due partite vinte a inizio campionato e per quelle due partite non perse prima di quella maledetta sosta a Dubai.

Mi limiterò a dire, come ho già fatto, che l’allenatore serbo non era tra i miei primissimi desideri. Può certamente contare su un’esperienza maggiore rispetto a quella di Inzaghi (e di Seedorf prima di lui). Ma questo è un dato scontato, al limite del ridicolo. Il  curriculum, a mio modestissimo avviso, non è proprio esaltante (mettersi a fare gli schizzinosi adesso …). L’esordio con il Bologna e la stagione con la Fiorentina (oltre all’esperienza come CT della Serbia) contrastano un po’ con gli anni di Catania e con quanto fatto quest’anno alla Sampdoria. Anche sulla stagione appena conclusa avrei qualche riserva. Positiva, forse, ma non troppo. In un campionato scarso scarso scarso scarso scarso (e non finirei mai di ripeterlo) come il nostro, pesano davvero tanto le nonsconfitte. E  quest’anno la Sampdoria ha pareggiato diciassette volte. Un campionato furbetto, quindi, quello di Sinisa.

Tralascio, volutamente, gli anni come vice allenatore di Mancini all’Inter.

Carattere e personalità marcatamente forti : questo è il campo della speranza. Una figura a metà tra Conte e Mourinho (che costa meno, però). Ecco, adesso mi sono sbilanciato, quindi significa che come al solito non ho imparato nulla.

Carattere e personalità forti. Questo è il campo della speranza per noi milanisti. Una figura che si spera si dimostri a metà tra il desiderio irrealizzabile Conte e il nemico amatissimo Mourinho.

Quel che mi uccide (uccide il mio amore verso il Milan) è il comportamento della società, che dimostra ancora una volta, sebbene non ce ne sia davvero bisogno, di essere una società a pezzi. Due questioni, soprattutto, mi hanno infastidito e, guardo caso, sono due questioni che riguardano due pezzi di storia del Milan. Due pezzi di cuore dei tifosi.

Pippo Inzaghi si è seduto al tavolo del gioco con in mano carte scellerate. La (mala)sorte ha peggiorato la sua situazione. Poteva alzarsi dal tavolo e andar via, oppure bluffare.  Lui è rimasto seduto al tavolo e ha giocato malissimo. Questo è vero, nessuno lo nega e forse nessuno potrà mai perdonarglielo. Nonostante tutto ha sempre dimostrato un amore sconfinato verso il Milan, al limite della devozione. Non siamo verginelle, sappiamo che le trattative vengono portate avanti anche quando gli allenatori sono sotto contratto. Ma era davvero necessario propagandare così tanto la spedizione a Madrid senza aver prima risolto in modo definitivo (e ufficiale) il rapporto con Pippo?

Ho letto di molti che accusano Carlo Ancelotti di essere andato in (s)cena insieme ad Adriano Galliani e Silvio Berlusconi. Io non so se veramente tutto quello a cui abbiamo assistito è stato uno spettacolo di quart’ordine messo in scena per elemosinare qualche voto, per illudere i tifosi, per depistare le vere trattative, per tentare un reale assalto disperato, o per chissà quale altra ragione. Ho i miei sospetti, ma li tengo per me. Resta il fatto che non sarà il rifiuto di Ancelotti a depauperare il serbatoio di stima che provo verso questo allenatore. Sapevamo che Ancelotti non sarebbe tornato, adesso. Poco importa, sinceramente, che di tutta questa vicenda sia stato attore o convenuto. Nell’uno o nell’altro caso avrò avuto delle buone ragioni per comportarsi così come ha fatto.

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?