Credo sia imbarazzante quasi per chiunque cercare di raccontare cosa abbia rappresentato Arrigo Sacchi per il Milan. E credo sinceramente di essere inadeguato a giudicare cosa abbia rappresentato il profeta di Fusignano per il calcio moderno. Artefice di una vera e propria rivoluzione calcistica, non ha cambiato soltanto il modo di fare calcio. Sacchi ha rivoluzionato il modo di pensare il calcio. In principio fu Nereo Rocco. E il calcio non fu più lo stesso. Poi venne Arrigo Sacchi. E il calcio non fu più lo stesso. Ancora una volta.

Per comprenderne la grandezza basterebbe citare soltanto alcuni tra coloro che si reputano figli di Sacchi e della sua rivoluzione. Ancelotti. Guardiola. Klopp. Nomi a caso, nomi tra i tanti.

Il ricordo degli Immortali però, e di quell’epoca rossonera indimenticabile e forse irripetibile, svanisce e diventa vecchio. Così come sta svanendo e sta invecchiando Sacchi.

Il problema è che sta invecchiando male, molto male.

È probabile che non riceverò molti consensi dopo aver espresso il mio pensiero attorno alle ormai stranote parole di Sacchi sulla questione dei vivai pieni di stranieri.

Semplicemente non sono d’accordo con la linea espressa dal blog. Il motivo è semplice e può essere rintracciato nelle stesse parole dell’ex tecnico rossonero.

Il virgolettato delle parole di Sacchi, così come riportato dalla Gazzetta dello Sport, è il seguente:  “L’Italia è ormai senza dignità né orgoglio perché fa giocare troppi stranieri anche nelle Primavere: nei nostri settori giovanili ci sono troppi giocatori di colore”.

Davanti a queste parole è possibile un duplice approccio: quello in malafede e quello in buonafede.  

Coloro che sono in malafede gridano ormai da giorni allo scandalo e sentenziano senza appello la loro accusa: razzismo. Accusa già di per sé paradossale nel Paese dove si permette a uno come Salvini di fare politica e dove si idolatra una macchietta pseudointellettuale come Oriana Fallaci. Tanto per citare esempi a caso. Casualmente attuali.

Coloro che invece, come me, sono in buonafede cercano di comprendere il senso profondo del discorso di Sacchi. Ripudiandone però la forma, orribile. Resta tuttavia un’impresa difficile ed intellettualmente estrema. Perché Sacchi parla di “giocatori di colore” che, ovviamente, non significa necessariamente “giocatori stranieri”. E soprattutto perché parla di “dignità e orgoglio”. Dignità e orgoglio. Concetti facilmente strumentalizzabili. Concetti che andavano di moda durante il primo cinquantennio del Novecento. Concetti un po’ obsoleti. Obsoleti e anche un po’ pericolosi.

Non credo che Sacchi sia razzista. E non credo volesse esprimere un concetto razzista. Sono d’accordo quando si fa – giustamente – notare che al termine della disfatta mondiale si invocava unanimemente una rivalutazione del settore giovanile italiano. Ma non ricordo si sia mai parlato di una distinzione tra i giocatori neri e quelli bianchi. Come se stessimo parlando di scacchi, e non di calcio.

Non credo che Sacchi sia razzista. E non credo volesse esprimere un concetto razzista. Semplicemente sta invecchiando male, molto male.

Ps. Il titolo è ironico. Non sono razzista. Figuratevi che mio cuggino, che da bambino una volta è morto, ha addirittura avuto a che fare con uno di questi cosiddetti negri.

Pps. Non ho avuto la fortuna di vedere giocare né gli Immortali né gli Invincibili. Ricordo benissimo però i Campionissimi E nel mio cuore ci sarà sempre un posto speciale per Carletto, per Pippo, Andrij, Ricardo … Dopo il Milan, ho seguito Ancelotti ovunque, tanto era (e rimane oggi) grande la mia stima e il mio affetto. E’ per colpa sua se oggi seguo ancora le partite del Chelsea. Ed è per colpa sua se oggi cerco di seguire il Real Madrid. Però, caro Carletto, potevi scegliere un’altra frase per mostrare la tua solidarietà … Non è retorica, ma i simboli sono importanti. Specialmente in un Paese anomalo come il nostro.

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?