Prima di addentrarmi in qualsiasi tipo di argomentazione, deve necessariamente essere posta almeno una premessa: una vittoria (finalmente una vittoria) contro la squadra più triste del campionato non stravolge, purtroppo, la situazione dei Rossoneri. Una settimana fa eravamo una squadra in piena crisi. E oggi, nonostante tutto, restiamo, mestamente, una squadra in crisi. Con tanti, troppi problemi irrisolti.

Sarebbe necessario porre un’altra (doverosa) premessa. Ogni volta che ascolto il parere di alcuni cosiddetti opinionisti (devo ancora scoprire quale e dove sia la facoltà presso cui si consegue questo eminente titolo) ed ogni volta che leggo il pensiero di alcuni cosiddetti giornalisti, mi riprometto che, in futuro, non commetterò mai più questo maledetto errore. E invece, ingenuamente e pericolosamente, ci ricasco. Sempre. Ed è un errore. Un gravissimo errore.

Se infatti qualcuno si fosse approcciato, per esempio, alla lettura dei giornali sportivi di lunedì, senza aver visto la partita del Milan e disconoscendone il risultato finale, potrebbe giurare che i Rossoneri, anche con il Parma – il Parma ultimo in classifica, il Parma abbandonato da tutti per pochi spiccioli, il Parma prossimo al fallimento –  hanno raccolto l’ennesima sconfitta di questo anno terribile. Ma del fatto che il Milan, in questo momento, non goda purtroppo di una buona stampa (mi accontenterei, se fosse possibile, di una stampa quantomeno parziale) è argomento già risaputo.

Pertanto, quel che mi preme adesso rilevare è un aspetto particolare della questione. Vorrei evidenziare il modo in cui è stata letta ed interpretata l’ultima prestazione di Jeremy Ménez.

Probabilmente, molto probabilmente, il dato rilevato quasi unanimemente è reale: i risultati del Milan dipendono (anche) dalle prestazioni di Ménez. Il gioco del Milan, oggi, dipende dalle giocate del calciatore francese, dal suo estro calcistico, ma soprattutto dal suo umore. Incostante, oscillante, altalenante.

Dietro l’incostanza del giocatore, un’incostanza evidente e allo stesso tempo fin troppo stigmatizzata, si celano comunque due verità: Ménez non ha mai giocato così bene e non ha mai segnato così tanto. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che le valutazioni positive sulle prestazioni di Ménez siano falsate dal livello di mediocrità del nostro campionato e dalla qualità relativamente bassa della rosa del Milan, circostanze che, indubbiamente, accrescerebbero in senso non veritiero il valore del numero sette rossonero. Obiezioni legittime e sicuramente, quantomeno, ragionevoli. La questione, però, a questo punto diventerebbe un’altra : perché tali obiezioni, legittime e ragionevoli, dovrebbero valere per il solo Ménez?

A sostegno della mia tesi vorrei avanzare un duplice paragone tra l’attaccante francese del Milan e i due riferimenti offensivi di Juventus e Napoli, Tevez e Higuain (due nomi non a caso, guardando l’attuale classifica dei marcatori).

Le domande che mi pongo, e che giro con interesse a chi mi legge, sono queste : perché, quando si parla di Ménez, dovrebbe sottolinearsi l’inadeguatezza degli avversari, mentre invece per Tevez (un giocatore straordinario, sia chiaro) non varrebbe lo stesso principio? Ancora oggi sento esaltare l’Apache per un goal realizzato partendo dalla propria metà campo, saltando l’intera difesa della squadra avversaria. Ma non era forse il Parma quella triste squadra? Non è forse contro l’insuperabile difesa gialloblu che Tevez ha realizzato il suo capolavoro “alla Maradona” ? E ancora, perché quando si parla di Ménez, dovrebbe sottolinearsi lo scarso valore della rosa milanista, mentre invece per Higuain (un altro giocatore straordinario, sia chiaro) non varrebbe lo stesso principio? Credo che il Pipita, quest’anno, sia stato decisivo per il Napoli quanto, in proporzione, lo sia stato Ménez per il Milan (si prendano ad esempio la finale di Supercoppa o la partita di ieri sera contro l’Inter).

Ménez ha sicuramente dei grossi limiti che andrebbero studiati (neanche troppo, vista la loro evidenza) e corretti. Il limite maggiore di Ménez è la sua incostanza, la sua variabilità umorale che ne condiziona pesantemente le prestazioni. Il limite più fastidioso è l’egoismo calcistico (non vorrei che tra lui e Cerci si scatenasse una sfida a chi non effettua il maggior numero di passaggi ai compagni). Da un certo punto di vista è quasi paradossale che uno dei più fini interpreti moderni del ruolo del centravanti, il nostro Pippo, si trovi quasi in difficoltà davanti a questo compito. Appare paradossale, a mio avviso, anche che Inzaghi consideri Ménez una prima o una seconda punta. Ma queste sono disquisizioni tattiche che lascio agli opinionisti e ai giornalisti. Il problema che mi sono posto di sottolineare, il paradosso che voglio far emergere, è semmai questo : perché quelli che in altri giocatori (e in altre squadre) vengono riconosciuti come pregi, virtù e punti di forza, in Ménez (e nel Milan) vengono sottolineati come problemi?

Se il problema del Milan, è questo Ménez …

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?