Quando ho iniziato la collaborazione con questo blog, realizzando il desiderio di scrivere sul Milan parlando ad altri con il cuore rossonero,  mi ero imposto una sorta di manifesto programmatico, al cui vertice, ancor prima quindi delle regole con cui mi (auto)obbligavo ad essere quanto più possibile obiettivo e razionale, ho posto l’impegno di occuparmi esclusivamente dei Rossoneri. Infatti, non credo di aver talvolta trattenuto, il dispiacere (più che altro il fastidio) per quanti dovrebbero – per ruolo e per mansione – occuparsi della propria squadra  e invece divagano e vagano in cerca di conforto, rifugio e consolazione in altri porti . E’ ormai palese che questa premessa presupponga già in sé una sua smentita, nella stessa logica per cui quando si sottolinea che non si vuol parlare male degli assenti, si sta proprio per parlar male degli assenti.

Dal momento che (senza voler assolutamente essere profondi e inadeguati) il peggior male dell’epoca contemporanea sembrerebbe essere una tendenza costante alla perdita di memoria storica, credo possa essere (più che) utile fare un brevissimo ripasso degli avvenimenti più o meno recenti. All’indomani del  disastroso mondiale brasiliano, quel popolo che, in un’orribile citazione, è detto di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori e, aggiungerei io, di giudici e di allenatori, non indugiò nel sentenziare la propria definitiva condanna: l’unico colpevole del disastro era (il milanista) Balotelli. Solo latamente erano riconosciute le colpe dell’etico (e ascetico) Cesare Prandelli, tornato recentemente vittorioso dalla diffusione del suo codice di comportamento morale anche in Turchia. Dopo aver sfogato le frustrazioni derivanti dal tasso di deflazione dell’Eurozona e dall’ennesima crisi di governo italiana sul – pur limitato mentalmente – attaccante italiano, è partito il gioco del sistema. Quel gioco per cui, a fronte di una qualche sconfitta italiana in un qualunque settore (dal calcio alle piccole/medie imprese), si comincia a invocare, nell’ ordine, il sistema tedesco, poi quello inglese, poi quello spagnolo, poi quello francese, poi quello austroungarico e poi quello islandese. Si disse che si doveva fare qualcosa e si doveva fare di più . Si disse che si doveva investire sui giovani ( e sui settori giovanili). Si disse che si doveva puntare su una più stretta collaborazione tra squadre di club e Federazione. Si disse, in altre e semplici parole , che si doveva favorire la (ri)nascita del sistema calcio italiano. I risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti (ovviamente, lo dico per quei pochissimi che non lo capiranno, è una battuta).

L’argomento d’attualità è lo scontro tra Federazione/Antonio Conte e la Juventus sui giorni di stage voluti e promossi dall’ attuale commissario tecnico della Nazionale. Non voglio adesso entrare nel merito della questione. Ho già espresso la simpatia che ho maturato per Conte nel momento in cui ha dismesso la veste di allenatore dei bianconeri, e penso che si debba (quanto meno) riconoscere lo sforzo che sta compiendo per dare un senso a tutti quei propositi post-mondiale rimasti nei bar di provincia e negli studi televisivi dove si parla di calcio più o meno allo stesso livello. Premesso che non so,  sinceramente, pronunciarmi sull’efficacia della proposta in questione e premesso che neanche io provo particolarmente piacevoli le interferenze della Nazionale durante la stagione , preme rilevare (ed analizzare) il modo in cui la questione è trattata dagli organi di stampa, per farla rientrare in un ambito molto più generale, che rappresenta l’argomento che voglio realmente affrontare.

Sembra infatti che davanti a Nostra Signora bianconera, le critiche tardino ad arrivare. Sembra che le opinioni contrastanti non vogliano, o non riescano, ad emergere. Sembra che non si levi alcun disappunto, in un clima di vorrei ma non posso. Meno cripticamente, è come se alla Juventus fosse concesso tutto. Anche di ostacolare la crescita della Nazionale. Anche di fermare la (ri)nascita del sistema calcio italiano. Anche di creare nuove tensioni e nuove incomprensioni nel delicato rapporto tra la Federazione e le squadre della Serie A, a causa degli screzi (e delle ripicche) tutte personali della dirigenza bianconera nei confronti del loro vecchio allenatore.

E questo accade per un motivo semplice: la stampa si schiera , come si è sempre schierata, con il potere.

Accade così che Conte diventi un po’ permaloso, che le esigenze di rianimare il corpo esanime del calcio italiano non siano poi più cosi pressanti, che lo spettacolo della Serie A è meraviglioso così com’è, con una sola squadra in Champions (chissà per quanto ancora poi …). Accade così che Allegri sia già meglio di Conte, l’allenatore dei tre scudetti consecutivi dopo calciopoli. D’altronde il gioco espresso dalla Juventus quest’anno è esaltante e sicuramente di respiro europeo (anche questa è una battuta, ormai ho anche paura ad essere ironico).

Accade così che piano piano, senza che nessuno se ne accorga, il Borussia Dortmund, che pure è un’ottima squadra (campione di Germania per due volte consecutive negli ultimi quattro anni, vicecampione d’Europa nella penultima edizione della Champions ed eliminata in semifinale nella passata edizione dal Real Madrid, poi campione d’Europa), ma comunque attualmente sedicesima (su diciotto squadre ndr.) in un campionato più scarso di quello italiano (una verità difficile da accettare, ma pur sempre una verità), cominci ad esser lodato per un pareggio interno. Immobile, l’attaccante che ha già segnato ben tre gol in Bundesliga quest’anno, fa già paura. E il terreno è già  pronto: impresa nel caso di vittoria, inevitabile destino nel caso di sconfitta. Il sorteggio ha detto infatti che sarà Juventus contro Borussia Dortmund. Mica Bayern Monaco o Real Madrid (il Real Madrid di Carlo Ancelotti, il maiale che non può allenare una Signora. Mica uno qualunque)

Accade così che Pogba sia già un fenomeno. Poco importa se non ha ancora dimostrato nulla in Europa e abbia ricordato l’indolenza e la sufficienza di Balotelli nelle partite che contano. Pare che pronto ad acquistarlo ci sia già Jean-Luc Martinez, il direttore del Louvre. In cambio avrebbe l’intera area dedicata ai pittori italiani. Da Leonardo a Caravaggio, passando per Michelangelo. Più soldi, ovviamente. Accade così che Morata sia già come Van Basten. E qui mi fermo. Non ho ma bestemmiato in vita mia, non vedo perché dovrei cominciare a farlo proprio a pochi giorni dal Santo Natale.

Accade così che accada tutto questo. Ai tempi del regime.

Ps. Cosa c’entra il Milan? E’ sotteso. Non essendo la squadra al potere non ha certo il privilegio di ricevere alcun trattamento di favore. Ma nemmeno di sana e sincera obiettività. Accade così, per fare un esempio tra i tanti, che la vittoria contro il Napoli, una bellissima vittoria, diventi la conseguenza, necessaria, del non-gioco dei partenopei. Non è il Milan che ha vinto, meritatamente. E’ il Napoli ad aver perso. E poco importa se Diego Lopez, Rami, Bonaventura e Menez siano tutti giocatori arrivati nel mercato estivo (mi concederete una piccola licenza su Rami). La stampa di regime ha già espresso il proprio giudizio. Quello del Milan è un mercato di parametri zero e giocatori finiti. Ad avercene di Morata a 18 milioni e di Pereyra con un diritto di riscatto fissato a 14 …

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?