Il 18 agosto è una data che, per i milanisti, assume diversi significati: nel 1943, ad Alessandria, nasce Giovanni Rivera, ma tutti lo chiamano Gianni, che diverrà bandiera, simbolo e nostro più grande numero 10 di sempre, con buona pace di Honda.

Il 18 agosto di qualche anno dopo, 48 per la precisione, viene al Mondo un altro milanista di ferro che da settembre scrive brillanti articoli per RossoneroSemper, cioè io (si, quando scrivo ho l’ ego paragonabile a quello di Ibrahimovic).

Invece, il giorno diciottesimo dell’ ottavo mese dell’ anno del Signore 1995 passa alla storia per uno dei  più malinconici di sempre.

San Siro, in una serate afosa milanese, è pronto per ospitare l’ annuale edizione del Trofeo Luigi Berlusconi: un ragazzone che indossa una giacca di renna addosso ad una camicia rosa, si accinge a calcare per l’ ultima volta il prato del Meazza. Quel ragazzone di nome fa Marcel, ma tutti lo chiamano Marco. È costretto a lasciare l’ attività a soli 30 anni, dopo quattro operazioni alle martoriate caviglie. La notizia dell’ addio circolava già dalla precedente primavera, ma solo il giorno prima del saluto al suo popolo, fa convocare una conferenza stampa dove, da freddo uomo del Nord, senza tanti giri di parole e piagnistei dichiara, in un italiano ancora stentato: “La notizia è corta: semplicemente smetto di giocare, grazie a tutti”.

Finché inizia il suo ultimo giro, finché i tifosi cantano per il Cigno, mi immagino che ogni rossonero e ogni amante del calcio che assiste alla scena, che sia tra i 63 143 paganti o davanti alla tv, vada con la mente a trovare un ricordo, un’ emozione, un perché gli si voglia bene o lo si ammiri: c’è chi rivivra’ mentalmente il destro al volo letale all’ URSS; chi quel Pisa-Milan dove tutto ebbe inizio; chi il gol al Napoli nel giorno del compimento della rimonta-scudetto su Maradona e compagni; chi la doppietta allo Steaua; chi l’ assist di Vienna per Rijkaard; chi il saltello dal dischetto prima di ogni rigore; chi la stizza dimostrata con la maglia gettata a Verona, dopo che l’ ineffabile arbitro Lo Bello ne ha combinata di ogni colore e forma; chi la curiosità che il primo e ultimo gol in Italia li abbia segnati allo stesso portiere (Alessandro Nista, Pisa 1987-Ancona 1993); chi il poker al Goteborg; chi l’ ultima partita giocata in carriera contro il Marsiglia, nella sfortunata notte di Monaco di Baviera.

Van Basten lascia qualcosa a tutti, anche a chi come me non l’ ha visto giocare, ma ne ha rivissuto le gesta grazie ai racconti del padre, le vhs, i dvd e YouYube. E sopratutto chi, semplicemente, è stato chiamato Marco in suo onore.

La gente canta per il Cigno “Marco ale’/ Marco Van Basten”, il Cigno spicca il volo sulle parole di Maradona: “Se Dio ha deciso di non farlo giocare più, vuol dire che non vuole che ci siano più gol belli”.

Marco quella sera non ha ancora deciso che farà in futuro: diverrà allenatore e, incontrando Sacchi, con cui ebbe degli screzi, gli dira’: “Ora che sono allenatore pure io, mi rendo conto di quanti problemi le abbia creato in passato”. Arrigo rispose: “Non hai idea di quanti tu me ne abbia risolti…”

Ah si la partita: scampagnata estiva dove giocano tutti e dove s’ impone la Juventus Campione d’ Italia ai rigori, dopo lo 0-0 dei novanta minuti.

Fa la sua sgambata pure chi è stato scelto per il compito di sostituire, almeno nel ruolo, Van Basten: si chiama George Weah e in quella partita calcio’ fuori il suo primo e unico rigore tirato con la maglia rossonera.

Posted by AL diavolo

Milanista dal 1999 causa padre e scudetto di Zaccheroni. Dotato di elefantesca memoria, nostalgico degli anni che furono ma che spera vivamente di rivivere. Anche se uno come Nesta non nascerà più.