Perché dovremmo parlare ancora di Icardi? Insomma, nel nostro Bel Paese  da tre giorni non si parla d’altro. A dire il vero, da tre giorni non si parla d’altro se non di Icardi e dei suoi screzi con la curva nerazzurra e della cena americana tra Obama e Renzi (chi c’è, chi non c’è, come e cosa se magna, ecc). Se non fosse per la vittoria della Juventus di ieri sera e se non fosse  soprattutto per le parate di Buffon (allego breve schema di come funziona il giornalismo in Italia: Buffon fa due papere – una in Nazionale e una in campionato – e i giornalisti per accattivarsi gli antijuventini celebrano il funerale del portiere, poi salva il culo ad una Juventus sempre più #finoalconfine, e allora i giornalisti, per accattivarsi dodici milioni di gobbi, smentiscono se stessi parlando contro quelli che avevano celebrato il funerale – ma in realtà erano loro ad aver celebrato il funerale e così via in loop), scommetto che si parlerebbe ancora di Icardi. Ne hanno parlato ovunque, insistentemente, per tre giorni. Come se fosse una notizia di una qualche rilevanza sociale e nazionale. Ne hanno parlato addirittura al Tg1 delle 20.00 (ripeto: al Tg1 delle 20.00 hanno parlato del caso Icardi). Ne hanno parlato tutti, succhiando fino all’ultima goccia questa gustosissima e succosissima notizia.

Perché dovremmo parlarne ancora? Non tanto perché mi interessa guardare in casa d’altri e non tanto perché mi piace ridere delle disgrazie altrui (in realtà lo faccio costantemente, specialmente se le disgrazie hanno i colori bianconeroazzurri, ma preferisco non farlo notare). Non tanto perché mi senta anche io un Dracula del giornalismo italiano. Quanto, piuttosto, perché vorrei sottolineare un aspetto, un aspetto a mio avviso, ingiustamente e colpevolmente soltanto sfiorato in questi giorni. Il caso Icardi, infatti, dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che il calcio italiano è in mano agli ultras, alle curve, al tifo organizzato. E a me, sinceramente, tutto questo fa veramente molto schifo.

Posto che, per chi non lo avesse capito, il caso Icardi è un caso montato ad arte da chi, evidentemente, si intende di marketing e robe così e di questo campa facendosi pagare profumatamente (un caso montato ad arte da chi, evidentemente, ha assimilato la prima regola della pubblicità, per cui non c’è migliore pubblicità della cattiva pubblicità, e infatti l’autobiografia di Icardi – che per inciso è l’autobiografia di un ventitreenne che può vantare di avere nella sua bacheca la vittoria di questa gran ceppa e la tazza con scritto “il miglior papà del mondo su Instagram – ha già venduto tantissimo), l’immagine più triste e degradante, l’ha data la società F.C. Inda, in particolare nelle persone del vicepresidente Javier Zanetti e del direttore sportivo Piero Ausilio.

È assurdo sentire dichiarazioni che strizzano l’occhio ai deliri della curva. È assurdo oltre ogni immaginazioni che le esternazioni e le scelte di una società calcistica debbano essere influenzate dalla violenza (violenza in senso letterale, non certo – solo – verbale) di un gruppo organizzato di delinquenti che vivono sotto la copertura di “tifosi” o “ultras”. Il problema degli ultras, e vi assicuro con estrema verità che ne conosco molti personalmente (se questo servisse a rafforzare le mie tesi), è quello di credere di possedere una sorta di “patente del tifo” (o “diploma di coglioni”) per cui soltanto loro sono veri tifosi, soltanto loro conoscono il bene della squadra, soltanto loro sanno riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Troppo spesso, anche noi, abbiamo dato visibilità ai comunicati deliranti, senza senso e del tutto fuori luogo e fuori contesto della Curva Sud del Milan. Troppo spesso abbiamo preso seriamente in considerazione l’idea di una minoranza residua del tifo che però pretende di assurgersi a maggioranza assoluta e pretende di affermare le proprie assurde verità come verità assolute.

Mi viene in mente un esempio, uno dei tanti che potrei fare, uno dei meno eclatanti tra l’altro, ma nonostante tutto si presta bene (si presta bene a far capire quanto sia rilevante il peso delle considerazioni degli ultras e quando il problema sia trasversale e riguarda tutte le società).

Dal momento che mi sembra quasi uno spreco non fare riferimento al buon momento del Milan, vi racconto una storia. Lo so che può sembrare assurda, ma vi assicuro che è la verità, ed è successo veramente.

Ricordo, come fosse ieri, il pomeriggio in cui si sparse la notizia che il Milan avrebbe acquistato Kucka dal Genoa. Violenza, deliri e sberleffi da tutte le parti. E’ il solito regalo a Preziosi, si limitarono a dire i più morigerati.  Questa gente che non vuole il bene del Milan deve andarsene, continuò a dire qualcuno, col volto coperto e gli occhiali da sole. Si sbeffeggiava l’acquisto di Kucka, guardando proprio in casa Inda dove si era speso venti volte di più (ripeto: venti volte di più) per l’acquisto di Kondogbia. Kucka è stato uno dei centrocampisti con il rendimento più alto lo scorso anno e, quest’anno (gol spettacolare contro il Chievo a parte) è un punto fisso del nostro centrocampo. Il nuovo Pogba, invece che fine ha fatto? Più o meno come il vecchio Pogba: costa tanto, rende pochissimo.

E di storie così ne avrei tante altre. Le sto conservando tutte e le racconterò un giorno ai miei nipotini milanisti.

“Sapete, ai miei tempi c’erano persone, con il volto coperto, gli occhiali da sole, a petto nudo, che non guardavano nemmeno le partite perché stavano di spalle al campo e l’unica cosa che gli importava era capire chi non seguiva i loro cori, perché se non cantavi insieme a loro ti insultavano e ti cacciavano dalla curva dove avevi malauguratamente deciso di prendere posto. Loro, a differenza tua, entravano allo stadio senza pagare. Loro, a differenza delle persone normale, entravano allo stadio senza subire controlli. Perché si controllavano solo gli zainetti di Peppa pig dei bambini di due anni, quelli dove c’erano pericolosissimi panini al salame e pericolosissime bottigliette d’acqua con pericolosissimi tappi di plastica. Poi però allo stadio scoppiano le bombe e le persone si accoltellavano ugualmente. Chissà come mai! Questi col volto coperto poi sfasciavano i seggiolini, davano fuoco alle cose, lanciavano i motorini dagli spalti. Tutto per il bene delle società, ovviamente! Volevano le persone allo stadio e distruggevano lo stadio, creando un clima di terrore in cui passava la voglia di andare allo stadio. Logico no? Pur non guardando le partite, pretendevano di capirne di calcio e pretendevano che le società li ascoltassero. Sempre, comunque e ad ogni costo. Così le società dovevano fare gli acquisti che volevo loro, dovevano dare la fascia di capitano a chi volevano loro, dovevano mettere in società chi volevano loro. Tutto molto bello”.

I tifosi sono una parte integrante e fondamentale del calcio. Il tifo organizzato no. Sono un cancro. E come tale va estirpato del tutto. Si tratta di un fenomeno da emarginare completamente, fino a farlo scomparire del tutto. E fino a quando ci saranno persone come il gran capitano Javier Zanetti, uno che, evidentemente, sotto i capelli ben pettinati ha ben poco, che si schierano dalla loro parte, potremo continuare a goderci il nostro campionato provinciale.

Ps. Un giorno, parlando degli ultras, parlerò anche di quando fischiarono il più grande difensore della storia del calcio nel giorno del suo addio al calcio. Poi lo vollero in società. Poi non lo vollero più. Poi inneggiarono a Baresi durante un Chievo-Milan del 2016 …

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?