Siamo fatti così. Non serve essere illustri sociologi e non serve nemmeno aver letto chissà quale manuale di antropologia per capire che, semplicemente, siamo fatti così. Noi italiani, intendo. Noi italiani del pallone, più precisamente. Prima dell’inizio dell’Europeo abbiamo dato sfogo a tutta la nostra creatività umoristica (qualità di cui non siamo assolutamente deficitari), ironizzando sulle scelte (non proprio indiscutibili) del nostro commissario tecnico. Abbiamo riso di Giaccherini (proprio lui), abbiamo preso in giro Thiago Motta e il declino rappresentato per la nostra Nazionale dalla sua maglia numero dieci, ci siamo chiesti che ci facessero, tra i ventitré convocati, giocatori come Angelo Ogbonna (con tutto il rispetto per Angelo Ogbonna che gioca nel West Ham, mentre io prego Gesù bambino di farmi passare l’esame di inglese, stamattina).

Il mio giudizio sull’Italia, e quindi su Conte, dopo la prima partita contro il Belgio, è un giudizio che resta ambiguo, sospeso a metà, tra l’entusiasmo (per la vittoria) e la prudenza (un po’ scaramantica). Da una parte credo che, effettivamente, come è stato ben rilevato da un po’ tutte le parti, si tratta della vittoria di Conte. La vittoria dei suoi uomini, la vittoria del suo modo di intendere e di vivere il calcio (senza essere retorici e senza scomodare i massimi sistemi). Il credo dell’ex allenatore della Juventus è chiaro: prima di tutto viene il gruppo, la squadra; sopra tutto vi è il senso d’appartenenza, la volontà al sacrificio. Antonio Conte non vuole fenomeni, vuole uomini su cui poter fare affidamento sempre e comunque, vuole giocatori che per lui si butterebbero anche nel fuoco. Questo spiega, non tanto l’esclusione di giocatori di alto livello come Bonaventura, Vazquez, Belotti, Romagnoli, Tonelli , Jorginho e chi più ne ha, più ne metta. Spiega, piuttosto, perché Conte ha portato con sé in Francia i vari Giaccherini, Pellè, Eder, Parolo, Ogbonna, Thiago Motta e chi più ne ha, più ne metta. Il giudizio, però, come dicevo prima, resta sospeso a metà. Giocando così, con questa intensità e con questa attenzione, ma con i nomi di cui sopra (quelli lasciati a casa), non sarebbe tutto più facile? Forse, semplicemente, a Conte piacciono le imprese (parliamo pur sempre dell’allenatore che ha vinto due scudetti con Matri e Vucinic in attacco).

I – miei – pensieri sull’Italia si fermano qui. In fondo, come ama ripetere lo stesso ct, la Nazionale non ha ancora fatto niente. Ha vinto una sola partita, tra l’altro anche un po’ soffrendo (aspetto che molti sembrano trascurare, vd. pallone sopra la traversa di Lukaku e palla ciccata da Fellaini davanti a Buffon). Restano ancora da affrontare Svezia (la Svezia del biscottone ad Euro 2004) e  l’ Irlanda. E poi, diciamoci schiettamente la verità, qualora, una volta passato il girone, non si raggiungesse la semifinale, si parlerebbe sempre di fallimento. Perché siamo fatti così, noi italiani. Anche quando siamo scarsi (e questa volta lo siamo, almeno singolarmente), pretendiamo alti e altri traguardi.

Queste considerazioni sull’allenatore mi riportano comunque in maniera diretta alle considerazioni che ho sempre fatto su Conte quale scelta migliore per il Milan. Scelta resa impossibile due anni fa, stando a quanto raccontano le cronache, dal divieto di Andrea Agnelli e che resta oggi impossibile dopo l’approdo dell’attuale ct alla corte tutta blues di Roman Abramovic. In un contesto dove economicamente è difficilissimo competere con le altre potenze europee, ripartire da allenatore che ha in mente un’idea seria e precisa di gioco e di gestione, sarebbe per noi fondamentale. Affidare la ricostruzione del Milan ad un allenatore che lavora anzitutto sull’aspetto ambientale e motivazionale, sarebbe per noi fondamentale. Contare su un allenatore che chiede ai suoi giocatori, ai suoi giocatori, di dare sempre il massimo, al di là delle proprie effettive capacità, sarebbe per noi fondamentale.

Ripartire da un allenatore come Antonio Conte, sarebbe per noi fondamentale.

Tutto questo, per noi, per il Milan, sarebbe fondamentale. Peccato che forse tutto questo lo abbiano capito davvero in pochi.

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?