Il termine ‘arte’ non possiamo definirlo in maniera assoluta, nel corso dei secoli ha subito più volte variazioni concettuali che ne impediscono un’assunzione univoca. Ma invece di annoiarci e appaiarci su disquisizioni filosofiche riguardanti il termine, il concetto e la percezione dell’arte, cerchiamo adesso di dargli solamente una breve definizione in termini spiccioli.
Potremmo infatti dire che per ‘arte’ si intende tutto ciò che viene prodotto dall’essere umano con una qualità infinitamente superiore agli standard.
E’ per questi motivi che La Gioconda è ‘arte’ mentre se chiunque di noi decidesse di farsi un autoritratto non lo sarebbe. Ed è anche per questo che la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche di Berlino è considerata un monumento architettonico e storico mentre la nostra chiesa di quartiere no.

“Il sogno brevemente realizzato dell’armonia assoluta”. Marco Van Basten è ‘arte’. E’ arte perchè appunto, di qualità superiore.
Marco plasma il calcio a suo piacimento e lo fa con la naturalezza di chi è stato concepito per produrre arte. La sua rovesciata contro il Den Bosch è arte. La carezza che porge alla guancia inferiore del pallone nella partita contro il Volendam è anch’essa arte. E’ arte la sua classe, la sua eleganza, la sua bellezza statuaria che lo rende riconoscibile e immenso sopra quell’olio su tela verdastro e rettangolare.

“È un enigma che sempre si rinnova: le grandi opere sono forme visive che raggiungono in noi l’evidenza di un’adeguatezza senza tempo.” Marco fa questo. Cristallizza un concetto che sarà immutabile nel tempo e che si farà testimone della magia racchiusa in un attimo per molti banale. Elevare uno sport ad arte è peculiarità che in pochi raggiungeranno nel corso della storia.
Non si limiterà a questo. L’arte è spesso discussa, divide, è fonte di dualismi. Marco no, lui unisce, insegna, racconta, ama e fa amare, dipinge, crea, modella, appassiona, emoziona.
E’ per questo che il calcio dovrebbe essere raccontato prima di Marco, e dopo Marco. Perchè Van Basten si fa simbolo e precursore reale dell’immensità che diventa consuetudine. Marco è uomo, poi calciatore. Divino calciatore.

Soprattutto Van Basten è unico e inarrivabile. L’eleganza di un Cigno in un corpo da cestista, un metro e novanta di genio stupendo. Un goleador che assisteva i compagni, creava gioco, difendeva. E soprattutto segnava. Segnava sempre, in ogni competizione, a ogni livello, in ogni situazione. Il gol è Marco e Marco è il gol.

Il dio del calcio a Marco ha dato tanto, troppo. Ed è per questo che una volta accortosi di essere stato superato deciderà di togliergli.
Perchè vederlo terminare la carriera ad anni 28 è la pena più grande che l’eccellenza possa pagare.
Il suo destino doveva continuare a correre al suo fianco, continuare a scrivere attimi di maestosità calcistica. Perchè solo qualcosa di maestoso può decidere che Van Tiggelen guadagni palla a metacampo e la passi a Muhren, e che poi Muhren la sventagli da sinistra a destra.
Poi è un attimo. La palla, il collo del piede più bello della storia. L’impatto. La storia è scritta.

Grazie, di cuore.

Mattia Urbinati

Posted by Mattia Urbinati

Prima c’era il gioco del calcio, poi è arrivato il Milan. Da quel momento tutto è cambiato. (L'Equipe)