Chi scrive, quando era fanciullo, rimase affascinato dal Boca Juniors che, a cavallo dei due secoli, trionfava a livello mondiale. Era la squadra del mudo Riquelme, del vasco Arruabarrena, del titan Palermo e la guida tecnica era Carlos Bianchi (passato anche per Roma lasciando un cattivo ricordo, soprattutto perché cercò di vendere Totti alla Sampdoria).

El virey lasciò la panchina xeneise nel 2001 e ci tornò nel 2003, anno in cui rivinse Apertura e Libertadores, regalandosi la finale di Coppa Intercontinentale contro il Milan campione d’ Europa, in programma a Yokohama il 14 dicembre 2003.

I giocatori sopracitati non fanno più parte del Boca, poiché sono emigrati a cercar fortuna in Europa. Della vecchia guardia son rimasti il flaco Schiavi e Barros Schelotto. Per il resto è una squadra di corridori-picchiatori (tanto da far temere a Berlusconi che possano comportarsi come l’ Estudiantes del ’69) e quasi tutto il talento è concentrato nei piedi dell’ astro nascente Tevez che, però, parte dalla panchina reduce da un infortunio.

Reduce da un infortunio lo è pure Inzaghi, mentre Nesta arriva dalla sala operatoria causa menisco, così Ancelotti li sostituisce rispettivamente con Tomasson e Costacurta.

Gli argentini mettono in difficoltà i nostri aggredendo e raddoppiando le marcature fin da subito: Battaglia e Cascini schermano doverosamente la difesa e sulle fasce Cafu’ e Pancaro sono ben contrastati e non trovano corridoi.

Al 22′ Pirlo riesce a eludere la sorveglianza e libera Sheva in profondità; l’ ucraino fa velo per Tomasson che freddamente batte Abbondanzieri in uscita.

Qualche minuto dopo, mentre il Mondo viene a sapere della cattura di Saddam Hussein, Cafu’ fa l’ asino perdendo palla e scatenando la corsa di Schelotto: cross al centro per Iarley, Dida si oppone ma arriva l’ ex Venezia Donnet a insaccare il pareggio.

La partita diventa una guerra di nervi, proprio come piace ai sudamericani (Cascini dichiarò di odiare tutti i milanisti), che vive di fiammate da una parte e dall’ altra. Nella ripresa Bianchi fa entrare il tanto atteso Tevez, mentre Ancelotti cambia interpreti ma non spartito, insererendo Rui Costa e Inzaghi per Kaka’ e Tomasson.

A segnare su azione ci riesce solo Pippo nel primo supplementare (era vigente la cretina regola del silver gol, comunque sempre meno cretina di quella del golden gol) ma viene colto in fuorigioco.

Ci si trascina così ai rigori, come a Manchester qualche mese prima. La Doce inneggia al portiere Abbondanzieri, soprannominato Pato, col coro che la Sud porterà al Meazza qualche anno dopo, dedicandolo a un brasiliano.

Dopo i primi quattro tiri si è pari: va sul dischetto Seedorf che tira fuori da ogni grazia di Dio (l’ olandese accusera’ che qualche rigorista designato si è tirato indietro, indiscrezioni dell’ epoca parlano di Cafu’ e Inzaghi). Successivamente al rigore segnato da Donnet, va dagli 11 metri Costacurta che oltre al pallone calcia un metro quadro di terra, agevolando l’ intervento di Abbondanzieri.

Finché gli interisti stanno già spremendo la loro brillante ironia riguardo il penalty di Billy (battutone tipo “Saddam l’ hanno trovato dentro la buca scavata da Costacurta”), il delizioso Cascini segna il rigore che da al Boca la terza Intercontinentale.

A noi resta l’ amaro in Boca, ma convinti che, a distanza di anni, preferiamo la zappata di Costacurta di ieri agli interventi del Zapata di oggi.

Milan: Dida, Cafu’, Costacurta, Maldini, Pancaro, Pirlo, Gattuso (102′ Ambrosini), Seedorf, Kaka’ (77′ Rui Costa), Tomasson (69′ Inzaghi), Shevchenko.

All. Ancelotti

Boca: Abbondanzieri, Perea, Schiavi, Burdisso, Clemente, Cagna, Cascini, Battaglia, Donnet, Schelotto (73′ Tevez), Iarley.

All. Bianchi

Arbitro: Ivanov (Russia)

Reti: Tomasson al 23′, Donnet al 29′.

Sequenza rigori: Pirlo parato, Schiavi gol, Rui Costa gol, Battaglia parato, Seedorf fuori, Donnet gol, Costacurta parato, Cascini gol.

Posted by AL diavolo

Milanista dal 1999 causa padre e scudetto di Zaccheroni. Dotato di elefantesca memoria, nostalgico degli anni che furono ma che spera vivamente di rivivere. Anche se uno come Nesta non nascerà più.