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Il Mondiale torna in Germania, dopo 32 anni. L’ultima volta c’erano solo gli stadi dell’Ovest, a testimonianza di un’Europa ancora divisa in due, e che aveva come spartiacque proprio Berlino e la nazione tedesca. Dopo un mondiale forse un po’ troppo “artificiale” come Corea e Giappone, organizzato da due nazioni al di fuori delle rotte tradizionali del calcio, in stadi modernissimi sempre dominati dai tifosi di casa –tra l’altro il Giappone è diventato negli anni un po’ il simbolo di un tifo coloratissimo ma al contempo innaturale, che poco ha a che fare con la concezione europea del calcio: basti pensare ai milioni di magliette vendute non appena una big europea acquista un giapponese- si ritorna in una delle patrie del calcio.

E che patria: la Germania tre volte campione del mondo, che assapora la possibilità del quarto titolo davanti ai propri tifosi. Sempre 32 le squadre al via, tra cui molte esordienti: quasi tutta la delegazione africana (Angola, Costa d’Avorio, Ghana e Togo), più Trinidad e Tobago, qualificata a sorpresa nel Nordamerica, e l’Ucraina. Poche sorprese nei gironi iniziali. Un “pazzo” Ecuador, dopo la buona prestazione di quattro anni prima in Asia, passa nel gruppo A insieme alla Germania. Per il resto, avanzano tutte le big. Brasile e Portogallo dominano i loro gironi, l’Argentina stende con un 6-0 la Serbia-Montenegro all’epoca ancora unita, mentre la Corea del Sud quarta (risultato ottenuto sul campo: chi protesta rosica, e dovrebbe prendere del Maalox) nel 2002 trova poca fortuna nel proprio girone, eliminata da Francia e Svizzera.

L’Italia arriva al torneo più importante del mondo in preda alle polemiche per lo scandalo che ha sconvolto il calcio italiano: su Juventus, Lazio, Milan e Fiorentina pende un’indagine della giustizia sportiva (che anni dopo coinvolgerà anche l’Inter) e la situazione sui media non è delle migliori. C’è chi si spinge anche a tifare contro, temendo un’amnistia stile ’82 sui deferiti per Calciopoli. Gli azzurri sono inseriti nel girone E, certo non difficile come il C ma nemmeno il gruppo materasso che qualche critico a prescindere della Nazionale ha descritto in questi 8 anni. Infatti, prima del mondiale tutti questi uccelli del malaugurio –me lo ricordo, anche se avevo solo 12 anni- definivano la nazionale di Pavel Nedved come pericolosissima e qualcuno dava addirittura l’Italia fuori già dalla fase a gironi dietro i cechi e il Ghana.

Ovviamente è andata in modo diverso. Il tiro a giro da fuori di Pirlo –già all’epoca uno dei migliori registi al mondo, ma non diciamolo in giro, potrebbe alterarsi e darci delle spie nel suo prossimo libro; per lui ora quel periodo non esiste più- apre la strada al successo contro gli africani, ribadito dal 2-0 di Iaquinta che infila l’allegra difesa ghanese. Poi ecco gli Stati Uniti, da cui arriva l’unico gol su azione subito dall’Italia in tutto il mondiale. Dopo il vantaggio di Gilardino, è Cristian Zaccardo a sbagliare goffamente un rilancio a spazzare l’area. 1-1, come quattro anni prima con il Messico, con l’aggravante che gli USA hanno giocato il secondo tempo in 9 contro 10. Si arriva alla sfida decisiva con la Repubblica Ceca, e già i gufi hanno pronto il loro verdetto, intenti come sono a tifare per una delle loro –sempre diverse- nazionali simpatia. E dopo l’infortunio di Alessandro Nesta, al terzo e ultimo mondiale sfumato, è il suo sostituto Marco Materazzi a togliere le castagne dal fuoco. 1-0 di testa, su un magistrale corner di Francesco Totti. Poi l’espulsione giusta di Polak per doppio giallo spiana la strada agli azzurri, che nel secondo tempo soffrono ma raddoppiano con Pippo Inzaghi. Dopo due palle gol, anche il milanista timbra il cartellino dopo 3 anni in nazionale. 7 punti e gli azzurri passano come primi evitando il Brasile.

La prima squadra a giocare gli ottavi è la padrona di casa, la Germania, che elimina per 2-0 la Svezia, poi tocca all’Inghilterra con uno scialbo 1-0 all’Ecuador deciso da una punizione di Beckham. Portogallo-Olanda detiene il record di espulsioni per quel Mondiale (4, 2 per parte) e i lusitani passano per 1-0. Avanti anche l’Argentina, per 2-1 sul Messico grazie a un gran gol di Maxi Rodriguez, l’Ucraina ai rigori sulla Svizzera, che esce senza aver subito gol, il Brasile (3-0 al Ghana rivelazione) e la Francia (3-1 alla Spagna, all’ultima eliminazione eccellente prima della sua lunga serie di vittorie). Ma i riflettori in Italia sono ovviamente puntati su Kaiserslautern e su Italia-Australia. Nel pomeriggio del 26 giugno gli azzurri trovano sul loro cammino una vecchia conoscenza come Guus Hiddink. Il ct olandese era, quattro anni prima, sulla panchina della Corea del Sud in quello scontro di Daejeon che costò all’Italia l’eliminazione, complice un atteggiamento troppo rinunciatario di Trapattoni sull’1-0 e tre o quattro decisioni quantomeno discutibili dell’arbitro Byron Moreno. Tanti “italiani” tra i Kangaroos, in molti casi anche di origine e non solo per il club in cui giocano. Kalac, Bresciano, Grella, più l’ex Aloisi. Ma anche altri nomi noti in Europa come Kewell e Schwarzer; ma almeno sulla carta, la vittoria azzurra sembra scontata. La partita si rivela ostica; nel primo tempo gli azzurri dominano, ma non riescono a trovare il gol.

Il secondo tempo si apre con un’assurda espulsione (diretta) di Materazzi, cacciato per un intervento da giallo, che addirittura prende prima Zambrotta e poi l’avversario australiano. Inizia un secondo tempo di sofferenza, ma al 93’ succede l’incredibile. Totti pesca Grosso con un perfetto lancio lungo; il terzino del Palermo (già: sebbene certa stampa gobba spacci per juventini tutti i campioni del mondo passati da Vinovo in epoche diverse, i bianconeri in Germania erano 5, esattamente quanto i milanisti) fa fuori Bresciano, entra in area, e viene steso da Neill… anzi no. Grosso cade su un Neill che non si può spostare, anche se a velocità normale sembrava rigore. Comunque tocca a Totti, l’unico a prendersi la responsabilità. Quello che in Nazionale era di fatto rimasto al rosso con la Corea nel 2002. Il capitano romanista e Schwarzer si fissano, Totti parte, nel momento in cui dopo il rigore si sa già che ci sarà il fischio finale… palla sotto l’incrocio. 1-0 a partita già finita. Ed è questo match, più di tutti gli altri, a instillare nei tifosi italiani il pensiero che forse non finirà come in tutti i tornei dall’86 in poi.

Il Mondiale, comunque, prosegue. Ai quarti, il 3-0 degli azzurri sull’Ucraina con doppietta di Toni e gol di Zambrotta passa quasi sotto silenzio, vista l’eliminazione del Brasile campione uscente a opera di una delle delusioni del 2002, la Francia. Torna a casa anzitempo il Brasile pentacampeão, che secondo il vate Caressa “con tre squadre faceva primo, secondo e terzo”. Basta un gol di Henry ai galletti. Rigori, invece, tra Portogallo e Inghilterra (3-1 per Deco e compagni, rigori ancora una volta fatali ai Tre Leoni) e tra Germania e Argentina. Ma a Berlino finisce in rissa, con un tutti contro tutti dopo il 4-2 ai rigori, che spinge la Germania nella semifinale di Dortmund. Che si svolge in un Westfalenstadion esaurito. 80000 persone, meno del 10% è italiano, in gran parte italiani emigrati in Germania. Qualche macchia azzurra qua e là in un mare bianco. Anche qualche fischio all’inno di Mameli, zittito però dal resto dello stadio. Partono meglio gli azzurri, con un paio di palle gol nel primo tempo. Ma è la Germania a distendersi e a fare la partita, rendendosi pericolosa specie quando parte in velocità.

Si vola ai supplementari, come nel ’70. E qui la partita cambia. Trapattoni avrebbe tolto una punta, come minimo, regalando il gioco agli avversari; Marcello Lippi ne mette una e l’Italia si trasforma. 91’: palo di Gilardino. 92’: traversa di Zambrotta. A cavallo dei due supplementari, doppia clamorosa palla gol per Podolski. A tratti gli azzurri soffrono. 118’: Pirlo tira da fuori all’incrocio, paratona di Lehmann. Sul conseguente angolo, al 119’ magia di Pirlo che pesca Grosso in area. Il risultato penso lo conoscano tutti. Due minuti dopo, recupero di Cannavaro, con Gilardino che sapientemente tiene palla e poi appoggia a Del Piero. 0-2, questa volta ancora più bruciante perché in casa. Magra consolazione per la Germania, che come l’Italia nel ’90 deve accontentarsi del bronzo al mondiale in casa.

Italia e Francia chiudono le valigie e volano all’Olympiastadion di Berlino per la rivincita di Rotterdam 2000. Allora fu la Francia a vincere ai supplementari dopo aver subito per più di 90’ una delle “Italie” più forti per nomi e blasone. E’ il 7’, l’eco del fischio d’inizio ancora non si è spento, e la Francia passa in vantaggio. Materazzi allunga la gamba, poi la ritrae ma è troppo tardi e tocca Malouda che cade. Cucchiaio di Zidane, traversa, palla prima dentro e poi fuori. Fattore C, chiamatelo come volete, ma è 1-0. Su angolo di Pirlo pareggia ancora lui, Materazzi, il capocannoniere azzurro nelle gare che contano. Traversa di Toni, inizialmente l’Italia sembra migliore. Henry prende in mano la Francia, che si rende molto pericolosa; ancora Toni segna, ma l’arbitro Elizondo annulla giustamente per fuorigioco. Ancora supplementari, ma stavolta è un 1-1. Al 98’, parata decisiva di Buffon su colpo di testa di Zidane.

Ma al 110’, il colpo di scena: un insulto di Materazzi a Zidane scatena la follia del franco-algerino, che abbatte l’interista con una testata. Il quarto uomo vede la prova tv, e indica all’arbitro di espellerlo. Lotteria dei rigori, come nel ’90, nel ’94, nel ’98. Lo spettro di un’ennesima delusione dagli 11 metri c’è: ma dopo un 2 su 2 azzurro arriva l’errore. Proprio del giocatore che non ti aspetti, David Trezeguet. Traversa, ma stavolta la palla ricade in campo. Il rigore decisivo va all’eroe della semifinale Fabio Grosso, portato da Serse Cosmi al Perugia cinque anni prima, quando militava in C2 al Chieti. La scalata dell’abruzzese al mondo del calcio si conclude con il rigore decisivo al mondiale. Barthez a sinistra, palla a destra. Come nel 2000, la squadra che forse più meritava –dopo aver buttato fuori Brasile e Spagna- ha perso. E i gufi? In piazza a festeggiare anche loro: le squadre simpatia lasciano il tempo che trovano, magari vincono l’Europeo o la Coppa d’Africa ogni tanto, ma il Mondiale è altra cosa.

Dimenticavo: l’ “esercito di sette nazioni” altro non è che il numero di squadre affrontate nel torneo. Oltre, ovviamente, ad essere il vero titolo del famoso “popopopopopopo”, in verità una godibile canzone rock troppo inflazionata dall’essere stata l’inno non ufficiale di quell’estate 2006. A trionfare è l’Italia, per la quarta volta; nel segno di Grosso e Materazzi, di Pirlo e Toni, certo, ma io resto convinto che senza quel gol al 94’ con l’Australia sarebbe finita come le altre volte. Quindi, merito a tutti e 23 i ragazzi di Lippi: ma Francesco Totti –che pure non è tra i miei giocatori preferiti- è colui che ha acceso l’interruttore.

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Posted by piterdabrescia

Editorialista da settembre 2012, vice-direttore e curatore delle rubriche "Destinazione" da ottobre 2014