Tra chi di voi, come me, ha qualche (chi più chi meno) capello bianco si ricorderà del Piacenza di Garilli. Arrivato alla ribalta della serie A nei primi anni ’90, la formazione biancorossa riuscì a barcamenarsi tra buone stagioni e salvezze raggiunte in extremis fino ai primi anni 2000 (ricorderete con molto piacere un Piacenza Milan nella stagione 02-03 con Matri titolare e Brocchi capitano). Quella formazione aveva una peculiarità: non annoverava tra le sue fila nessun giocatore nato oltre i patrii confini. Una peculiarità in quella serie A allora regina d’Europa, capace di attrarre i migliori Campioni stranieri: da Van Basten a Weah, da Ronaldo (il Fenomeno) a Zidane. Sotto la gestione Garilli esordirono con la casacca piacentina due centravanti che avrebbero poi vinto con la maglia rossonera: Filippo Inzaghi (toh) e Alberto Gilardino.

Vi faccio tutto lo spiegone sul Piacenza dopo aver letto un po’ troppo frequentemente negli ultimi tempi che l’idea del presidente Berlusconi è, in caso di un esito negativo della trattativa per la cessione del club, quella di fare un Milan molto italiano e molto giovane.

Tutte le dichiarazioni del presidente, soprattutto in epoca di tornata elettorale, sono da ponderare e soppesare più e più volte. C’è sempre il rischio che si tratti di una boutade che poi non avrà niente a che vedere con la reale successione di eventi.

L’idea è sicuramente criticabile, da più punti. In primis riguarda il parco giocatori da cui attingere: proprio oggi Conte si è lamentato pubblicamente del fatto che solo un terzo dei giocatori impiegati in serie A abbia il passaporto italiano. E i recenti risultati della nostra nazionale (Euro 2012 a parte) non sono stati di certo lusinghieri. Questo per dire che di Top Players italiani, al momento, non ce ne sono. Al massimo bisogna investire in prospettiva. Ma anche qua ci si scontra con la dura realtà: i migliori prospetti italiani sono già tutti legati a società di alta classifica. Juve e Roma infatti detengono i cartellini di (o hanno diritto di riacquisto su) Berardi, Zaza, Rugani, Romagnoli e Bertolacci, solo per citarne alcuni. Una politica del genere è difficile da implementare nel breve periodo.

Qui però va introdotta una subordinata: se ci saranno i tanto ventilati investimenti, la politica Milan italiano e giovane va bocciata. Senza se e senza ma. Una squadra vincente va costruita prendendo i migliori giocatori: siano essi Brasiliani, Argentini o Olandesi. Poi, se sono italiani e milanisti a tuttotondo, tanto meglio. Altrimenti lo diventeranno (milanisti, dico).

Il mio punto di vista cambierebbe parecchio se, alla fine, ci dovessimo trovare di fronte ad un’altra estate da nozze con i fichi secchi. Allora, la politica di puntare sui giovani dei vivai (anche se non di primissimo livello, visto che come detto i migliori sono già accasati) e sui giocatori emergenti (tipo Valdifiori per dire), sembra una politica che potrebbe essere attuata e funzionare meglio di quella dei parametri zero (benedetto Diego López). A patto che si spieghi chiaramente alla tifoseria che per un (bel) po’ non si vincerà niente. Sarebbe poi un buon modo di vedere all’opera i ragazzi del vivaio, che mi dicono (gli esperti), essere davvero forti.

Riassumendo: se ci sara un budget degno di questo nome sul mercato sarà meglio non andare a cercare solo giovani e italiani. Ma se non ci sarà, si potrebbe provare. Ma a quel punto i problemi sarebbero ben altri, purtroppo.

Posted by _emmegi