Una delle favole più false ed offensive verso l’altrui intelligenza che ci viene propinata, a singhiozzo, da decine di mesi dalla stampa sportiva nazionale è la scarsa attrattività del calcio italiano per gli investitori stranieri. In sostanza la balla è questa: gli sceicchi o i petrolieri russi non comprano società italiane perché queste non dispongono (al contrario di quelle inglesi oppure spagnole o magari francesi) di stadio di proprietà, accettabili numeri di merchandising (ufficiale), e altre robe simili.

Questa è una delle balle più galattiche che abbia mai sentito, entra nella top ten delle stronzate di sempre. A parte il fatto che due anni fa Pallotta & C. hanno acquistato la Roma (quindi questa regola non vale in assoluto) e ci hanno pure investito sopra dei bei soldi, ma il nocciolo della questione è un altro: questa è una baggianata bella e buona.
Gli “investitori stranieri” non comprano grosse società italiane perché nessuna di queste, per adesso, è acquistabile per un tozzo di pane. Come del resto hanno fatto con: Chelsea, Liverpool, Malaga, PSG, Manchester City etc. etc.

La società di calcio serve a questi miliardari (in dollari) per creare un avamposto in una determinata nazione, entrare nei salotti buoni di quel paese dall’entrata principale per fare affari. Affari, solo affari. Ovviamente le vittorie conseguite dal club durante la propria gestione farebbero accrescere la fama internazionale del miliardario in questione e di conseguenza il giro di affari delle proprie attività. Insomma niente di nuovo, tutta roba fritta e rifritta. C’è addirittura un tizio che grazie al calcio è diventato premier di una nazione, ma questa è un altra storia.

La cosa fondamentale è acquistare ad un prezzo modesto la società, infatti non spendendo troppi capitali per l’acquisizione ne rimangono di più per il mercato, che staglierà sicuramente rispetto agli ultimi della società acquisita, che naviga spesso e volentieri in cattive acque da diverso tempo.
Non serve comprare club dal grande e glorioso passato perché generalmente costano di più, anche se in crisi. Appena la società è stata acquisita parte il piano di rilancio, con mastodontiche iniezioni di capitali freschi e sessioni di mercato da sogno, acquisizioni di elevatissimo spessore tecnico, ormai il copione è standardizzato, il palinsesto conosciutissimo. Ma cosa c’entri in tutto questo lo stadio di proprietà, con centri commerciali attigui, il merchandising, il brand eccetera rimane un mistero: un mistero assoluto.

Non sarete mica di quelli che credono che campagne acquisti da 70/100 milioni di euro ogni sei mesi siano sostenibili con due abbonamenti, un po di magliette, un supermercato e un bandierone? Il merchandising? Lo stadio? Cosa? A seguire il calcio a Parigi non sono certo molti e secondo voi con cosa vengono sostenuti acquisti come quelli di Lavezzi, Ibra, T. Silva, e Verratti? Con niente. Assolutamente niente. Sono solo spese folli, i cui ritorni per chi li effettua arriveranno sotto altre forme, non verranno certo dalle sole forze della società di calcio, impossibile. Ci vorrebbero decine di milioni di abbonati, oppure un intero popolo che la mattina in ufficio, anziché la giacca indossasse le magliette della squadra del cuore, ovviamente acquistate presso lo store ufficiale.

Chiaramente, da anni ormai, propinata quotidianamente da giornalisti raccomandati e da ex-calciatori in veste di opinionisti che non conoscono nulla all’infuori del 4-3-3 o 4-4-2, gira all’impazzata la balla che se non hai stadio di proprietà e merchandising sei tagliato fuori dal calcio che conta. Come vi ho detto non è vero niente, fintantoché a fare il mercato saranno i supermecenati coi petroldollari in tasca nessuno stadio e nessuna maglietta potrà competere con quello che offrono loro. Curiosamente, il clichet della società “sana” con lo stadio di proprietà ed il sold-out ad ogni match somiglia molto a quello della Juventus, ma forse è soltanto una coincidenza.

E’ evidente che acquirenti per il Milan ce ne sarebbero ma a prezzi di saldo, non certo per quello che -giustamente- chiede Berlusconi per una società plurititolata a livello internazionale e sostanzialmente sana. Ma la risposta dei fantomatici investitori è la stessa “Tu hai avuto la possibiltà 25 anni or sono di prendere il Milan per un tozzo di pane e trasformarlo nella più potente macchina pubblicitaria (e da consenso) del continente? Bene questa possibilità vorremmo averla anche noi. Che siamo scemi a darti un miliardo e mezzo cash per poi non avere più soldi per gli investimenti ? No caro, abbassa il prezzo e poi ne riparliamo.”

C’è anche la possibilità che il Presidassente venda delle quote societarie senza perdere il controllo della maggioranza del cda: questa potrebbe essere una soluzione più facilmente percorribile, che consentirebbe all’investitore di entrare comunque nel gotha del calcio europeo senza sborsare subito cifre proibitive. Certo sarebbe un salto nel buio, dovendo pensare di far fronte, in un secondo momento magari, all’acquisizione del resto del pacchetto in caso di disimpegno totale della famiglia Berlusconi, oppure eventualità non remota, acquistare una quota di minoranza il cui controllo potrebbe andare, in futuro ad una persona non gradita o ad un rivale.

Come sempre, chi vivrà vedrà. Ma non credete alla cicogna o a Babbo Natale!

reostato

Posted by reostato

Editorialista e responsabile dei LIVE insieme ad Anonimoabusivo