ita jpnMercoledì 19 giugno, ore 24 (19 locali), Arena Pernambuco, Recife. A un orario quantomeno difficile per gli spettatori italiani, ecco la seconda giornata del girone di Confederations Cup, e questa volta l’avversario è il Giappone.

Giappone che è allenato da una vecchia conoscenza rossonera, ossia l’allenatore del 16° scudetto Alberto Zaccheroni. Il romagnolo di Meldola, dopo il doppio fallimento nelle due squadre di Torino, ha completamente cambiato vita andando nel paese del Sol Levante, dove ha ottenuto la vittoria della Coppa d’Asia 2011, la quarta dei nipponici. Formazione di tutto rispetto quella portata in Brasile dal tecnico italiano; oltre a Shinji Kagawa, centrocampista dello United, ci sono altri nomi interessanti come l’interista Nagatomo, la punta dello Stoccarda Okazaki e il regista del CSKA Mosca Honda, recentemente accostato al Milan da alcuni rumours di mercato. Squadra forse più motivata del Messico e certamente da tenere d’occhio.

 Ciò non toglie che contro il Brasile i nipponici hanno comunque perso 3-0, e fare un buon risultato è auspicabile. Contro il Brasile il Messico dovrebbe, sulla carta, andare incontro a una sconfitta certa, ma fare calcoli sulle partite degli altri è la cosa più sbagliata da fare nelle competizioni importanti. La formazione schierata da Zaccheroni dovrebbe essere un 4-2-3-1, con: Kawashima; Uchida, Yoshida, Konno, Nagatomo; Hasebe, Endo; Kiyotake, Honda, Kagawa; Okazaki. Per gli azzurri è previsto un ritorno al 4-3-1-2, con El Shaarawy che torna in campo al posto di Giaccherini, e questa disposizione: Buffon; Abate, Barzagli, Chiellini, De Sciglio; Marchisio, Pirlo, De Rossi; Montolivo; El Shaarawy, Balotelli.

Dopo i commenti deliranti sulla prima partita, tra cui quello ormai celebre sulla “miglior serata della carriera di Pirlo“, la Nazionale riparte, forte comunque dell’apprezzamento ricevuto dal Maracanà, dalla squadra e in particolare da Balotelli. La ricetta per fare bene, qui come al Mondiale dell’anno prossimo, passa dall’imitare un’altra nazionale azzurra, l’Under 21. La nazionale giovanile di Mangia è una delle poche ad assomigliare a un vero e proprio club: attaccamento all’allenatore da parte dei giocatori, un gruppo collaudato di una trentina di persone; e nonostante 6 titolari su 11 provenissero dalla Serie B la squadra ha portato a casa una finale europea, persa a testa alta contro l’esagerata Spagna degli Isco, Alcantara, De Gea, Tello, e altri nomi di grido. Dopo le disfatte 2009 -terzo posto, da favoriti assoluti- e 2011 -neanche entrati-, gli azzurrini sono ripartiti praticamente da zero e hanno costruito un gioco che mancava dal 2004, anno dell’ultimo europeo vinto (con gente come Amelia, Gilardino, Barzagli, Zaccardo e De Rossi). Esattamente quello che aveva fatto la Nazionale all’Europeo, e che ora -Messico a parte- ha lasciato spazio a un gioco più confuso e appannato. Ma le vittorie più belle, quelle che restano, non sono mai appannaggio dei favoriti. Dopotutto, anche la vittoria al mondiale 2006 non era prevista da nessuno.

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Posted by piterdabrescia

Editorialista da settembre 2012, vice-direttore e curatore delle rubriche "Destinazione" da ottobre 2014