A volte le parole stesse – e il loro significato – possono suggerirci più di quanto non riescano a fare interi saggi o sterminate bibliografie su un determinato tema. La parola regista che, chiaramente, nella quotidianità, colleghiamo immediatamente alla figura di colui che dirige un film (quello che grida “Motore, azione!” e “Stop! Buona”), viene dal francese régisseur ed esplica, grossomodo, il concetto di amministratore, colui che amministra. D’altronde il regista cinematografico è colui che amministra, cioè dirige, tutto quello che sta attorno, dentro e dietro un film. E’, secondo la definizione canonica, il “responsabile artistico e tecnico del film”: amministra le risorse (attori, luoghi, mezzi ecc.) al fine di realizzare il film, il suo film, collegando l’immaginazione alla produzione di una realtà, vera o fittizia a seconda di come questa riesce a coinvolgere lo spettatore.

Questi sono soltanto degli spunti, molti dei quali possono essere, a mio avviso, approfonditi degnamente da chi lo volesse, recuperando un’opera fondamentale: “Fare un film” di Federico Fellini.

Ma questo non è un blog che parla di cinema. Qui si parla di calcio, e allora forse, la parola regista, più che a Fellini o a Kubrick, rimanda a Schiaffino o a Rivera o a Falcao. Rimanda cioè immediatamente ad una figura fondamentale nel gioco di una squadra, quella del giocatore posto in mezzo al campo ad “amministrare” la palla, gestire il gioco, far partire l’azione dai suoi piedi, realizzando quel collegamento tra la fantasia (l’azione che già si sviluppa nella sua mente) e la realizzazione (posto che, storicamente, il ruolo del regista è forse quello più difficile da identificare; spero di non ingenerare troppe diatribe per i nomi che, più sopra, ho lanciato). Inutile dire quanto sia complesso il ruolo del regista in mezzo al campo, perché, senza scendere troppo nello specifico, per svolgerlo sono necessarie almeno due qualità fondamentali: velocità nel (e di) pensiero e classe nei (e nei) piedi, così da immaginare ciò che si vuol fare (guardando il gioco degli altri o anche solo immaginarlo prima che questo si sviluppi) e da realizzarlo in modo efficace.

Per quanto riguarda il Milan il problema esiste da quando è andato via (è stato fatto andar via?) l’uomo BIC, Andrea Pirlo che, umanamente varrà quanto il fazzoletto di carta Scottex con il quale mi sto soffiando il naso in questo momento, ma che nel suo ruolo è stato uno dei migliori al mondo (ruolo in cui è stato re-invitato da Carlo Ancelotti, ma sicuramente questo Andrea Pirlo non lo ricorderà mai nelle sue autobJografJe, piene dei trionfi degli ultimi anni della sua carriera).

Il capitolo Montolivo va trattato con le pinze: Montolivo è un giocatore molto poco, molto poco, molto poco carismatico (carismatico quasi quanto il fazzoletto di carta Scottex con il quale mi sto soffiando il naso in questo momento) che sembra soffrire soprattutto questo aspetto. Sia al Milan che, prima, alla Fiorentina, il suo declino è iniziato proprio nel momento in cui è stato insignito della fascia di capitano (discorso contrario, sembrerebbe valere per Abate: i gradi di capitano sembrano esaltarlo). E’ un giocatore dal rendimento incostante, troppo spesso indicato come il capro espiatorio di situazioni che chiaramente non potevano unicamente dipendere da lui (comunque è giusto ricordare quanto sia stato importante per la rincorsa al terzo posto, quella culminata con il rigore di Siena all’ultima giornata)

In questa stagione Montolivo è però un capitolo a parte. Quindi giriamo pagina.

La prima soluzione adottata da Montella è stato Sosa, cui ha fatto seguito (visto l’inizio non brillante del giocatore argentino), il predestinato Locatelli, cui sta facendo ulteriormente seguito (viste le cappellate delle ultime partite giocate e l’incostanza del giovanissimo Manuel) il ritorno del redivivo Principito.

Ammettiamolo subito: né il giovanissimo Manuel né il Principito sono registi di ruolo. Si tratta di due giocatori a modo loro improvvisati da Montella in una situazione di emergenza, entrambi accompagnati da due pregiudizi grossi così. Il primo, complici i due gol incredibili e provvidenziali contro Sassuolo e Juventus, è sembrato da subito il nuovo giovane fenomeno della cantera milanista (sulla scia di Donnarumma), l’altro è stato bollato fin da subito come il nuovo vecchio bidone strapagato da Adriano Galliani. La verità non sta nel mezzo, la verità sta nel giustizia. Locatelli è un ragazzo che può e deve crescere, giocando e sbagliando con tranquillità; ha un potenziale enorme, che ha dimostrato con ottime giocate e con partite tutto cuore. Ma, ovviamente, non è ancora pronto per prendere tutto sulle sue spalle e, soprattutto, non sembra avere le stimmate del regista (il suo scarso rendimento è iniziato con l’infortunio di Bonaventura, il vero regista di questa squadra). Sosa ha sicuramente molta più esperienza, forse troppa; e quindi non è fisicamente esplosivo e quindi a volte pecca nel tentare di risolvere la partita con tiri da fuori improbabili o lanci inverosimili. E’ l’uomo giusto, al momento, per vestire i panni del regista improvvisato, ma non può certamente essere il deus ex machina – per età e per qualità – del nostro centrocampo. Al momento però, nella tempesta che stiamo attraverso, il Uallarito è l’unico albero cui possiamo aggrapparci.

E tutto questo dimostra quanto ne capiscano poco di calcio certi tifosotti. E quanto ne capiscano poco anche di come fare un film.

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?