Lottare, mettercela tutta, iniziare a correre e poi fermarsi bruscamente, all’improvviso. Questa la parabola del Milan, questo il destino di una squadra che privata delle poche certezze che aveva, si è accasciata clamorosamente.

Non ho visto l’ultima partita, e di conseguenza non posso giudicare nel dettaglio il comportamento della squadra. So quello che è successo, so dell’atteggiamento, e questo basta a condurre un’analisi personale. Come dicevo, questo brusco crollo della squadra su se stessa va ricercato nelle assenze. Quanto ci manca Montolivo? È stato criticato, nella maggior parte dei casi senza ragione, da gran parte della tifoseria, a lungo fischiato e messo da parte nelle gerarchie della squadra. Poi, d’un tratto, anche i più scettici nel momento de bisogno si sono resi conto di quanto il suo lavoro fosse necessario, vitale. Il collante tra difesa e centrocampo non riesce a farlo nessuno, e recuperare quella quantità di palloni avendo anche i piedi buoni per far ripartire l’azione è una qualità troppo importante; non ci sono uomini per sostituirlo, e le conseguenze si vedono. Bertolacci, Kucka o Poli hanno peculiarità totalmente differenti, e lo si sapeva già in partenza, eppure non si è pensato a porre rimedio su questo aspetto. Un leader silenzioso, discreto, ma che si fa sentire lo stesso: questo manca, e lo paghiamo caro.

Poi c’è il capitolo attacco, con Menez e Balotelli totalmente distanti dal lavoro che faceva Niang, o ancora le fasce, dove Bonaventura e Honda non hanno nemmeno la possibilità di star fuori per un raffreddore, causa assenza di sostituti. Il Milan attuale è come una coperta troppo corta: Mihajlovic ha provato in tutti i modi a stiracchiarla di qua e di là, ma non appena si presenta qualche ostacolo, una parte poco piacevole si scopre sempre. Può essere la fragilità difensiva, può essere la mancanza di carattere o ancora la poca efficacia sotto porta. È bastato pochissimo, veramente poco, perché il castello cominciasse a sgretolarsi. E fanno ancor più riflettere le parole di Abbiati: se realmente c’è gente che non risponde ai richiami, che vive il consiglio di un allenatore come un peso, allora cosa stiamo costruendo? Dove vogliamo andare? Se non si cambia mentalità, se non si cambia predisposizione e atteggiamento, allora non si cresce e non si migliorerà mai. 

Questo è il limite più grande della nostra squadra, allo stato attuale, e non c’è nulla da fare se non cambiare totalmente modo di ragionare, dalla società fino ai giocatori. Poi possiamo parlare di tattica, delle qualità o meno dell’allenatore, dei suoi errori e di quanto avrebbero fatto altri; se però la storia si ripete, con diversi “registi” in panchina, allora il problema potrebbe essere degli attori. Non delle loro qualità, discutibili o meno, ma della loro mentalità.

Nicco

Posted by Nicco

Editorialista del blog. Responsabile degli approfondimenti sulla squadra immediatamente successivi alle gare italiane.