Sarebbe certo opportuno inoltrarsi in qualche ragionamento un po’ più profondo, ma mi limiterò a cogliere il dato superficiale, (di)mostrandolo in tutta la sua banalità quasi proverbiale : il calcio, così come la vita, è strano. Prima della (maledetta) sosta natalizia, sembrava che le partite contro Napoli e Roma ci avessero finalmente consegnato l’immagine reale del Milan di Pippo Inzaghi. L’immagine di quel Milan sognato in spiaggia quest’estate e che le partite contro Lazio e Parma, ad inizio stagione, sembravano aver cominciato a delineare nella sua imprevedibile spettacolarità, salvo poi veder crollare il sogno dopo la sconfitta a San Siro contro la Juventus. Un sogno definitivamente distrutto da  Empoli, Cesena, Cagliari, Palermo. Al di là di una certa – e a suo modo costanteincostanza di risultati, dopo il pareggio dell’Olimpico, sembrava che la squadra avesse finalmente assunto una sua concreta fisionomia di gioco. Non sto in nessun modo affermando che sia stato conveniente lanciarsi in uno sperticato elogio dell’allenatore, benché resti dell’opinione che, da milanista, sia stato quantomeno naturale rallegrarsi di una (seppur minima) serie di risultati positivi contro due ottime squadre (ricordando, soprattutto, lo scetticismo generale – misto a fastidiosa ironia – che traluceva dall’ambiente). Non sto in nessun modo affermando che sia stato conveniente lanciarsi in uno sperticato elogio dell’allenatore, ma dopo aver impartito una lezione di calcio al Napoli di Benitez, e dopo essere uscito dalla sfida contro la Roma di Garcia con qualche rimpianto, ero (quasi) sicuro che Sassuolo, Torino e Atalanta avrebbero rappresentato una strada semplicissima, da percorrere tutta in discesa.

Una previsione disgraziata, smentita dalla realtà di tre partite sciagurate.

Dopo la sconfitta, in rimonta, a San Siro, contro il Sassuolo, ho cercato disperatamente consolazione in una convinzione: peggio di così, non si può fare. La partita contro il Torino è stata una tristissima, e nettissima, smentita: avevamo toccato un fondo ancora più profondo. Nella partita contro l’Atalanta il ridicolo non è stato soltanto rasentato, ma abbondantemente superato. Pertanto, ho capito che non è più credibile restare aggrappato all’illusione del non può piovere per sempre e del peggio di così non può andare. E’, semmai, un altro modo di dire a descrivere nel migliore dei modi la situazione del Milan: al peggio non c’è mai fine.

Sono stati, quelli appena passati, giorni di dichiarazioni e smentite. Giorni di voci e di comunicati ufficiali. Giorni di ultimatum. Sostanzialmente giorni di caos. Un caos in cui ormai – purtroppo – siamo abituati a vivacchiare.

Tra Inzaghi, Seedorf, Tassotti, Sacchi, Capello e Spalletti, non posso che prendere atto del ritorno prepotente, dentro di me, di un mio (vecchio e) grande rimpianto : quello di non aver visto, quest’estate, Antonio Conte sedersi sulla panchina rossonera. Ogniqualvolta parlo (e parlerò) di Conte, sento quasi il dovere di sottolineare come non posso che provare un certo fastidio ripensando a quello che l’attuale commissario tecnico della Nazionale ha rappresentato – e sicuramente rappresenta – ancora adesso per molti juventini. Un aspetto, questo, certamente difficile da accettare e da superare. Tuttavia, non può non riconoscersi, a mio avviso, che le caratteristiche professionali di Antonio Conte, quelle caratteristiche che lo hanno reso celebre durante l’esperienza bianconera, rispondano perfettamente alle esigenze attuali del Milan. Conte rappresenta tutto quello di cui il Milan oggi avrebbe bisogno. Lo scrivo con estrema onestà, partendo da un presupposto (che pongo a sua volta, con estrema sincerità): la rosa attuale del Milan è indubbiamente migliore della rosa dello scorso anno (e forse migliore anche rispetto a quella di due stagioni fa). Pur trattandosi, ovviamente, di una rosa non certo eccezionale (deficitaria in alcuni settori e non ben ponderata) , si tratta di un organico che potrebbe tranquillamente occupare saldamente il terzo posto nel panorama desolante del campionato italiano. A causa proprio di questa sua intrinseca non-eccezionalità, l’organico rossonero necessiterebbe quindi di un tecnico che chiede fortemente ai giocatori di colmare con la determinazione, con la concentrazione e con l’abnegazione quel vuoto lasciato dalla tecnica e dalla qualità dei singoli. Al Milan oggi servirebbe questo. Al Milan oggi servirebbe Antonio Conte. In altre parole, servirebbe un tecnico che riuscisse ad ottenere con continuità, tutto quello che Inzaghi è riuscito ad ottenere nelle partite contro Napoli e Roma.

Ed è proprio quest’ultimo punto che vorrei sottolineare, soprattutto a fronte di tutti coloro che tendono a leggere un po’ superficialmente, e che si fermano all’apparenza di un titolo o di una sola proposizione. Non sto in alcun modo scaricando Inzaghi, per tutte quelle ragioni, sentimentali e non, che mi è già capitato spesso di esternare, più o meno esplicitamente. Non sto in alcun modo scaricando Inzaghi, lo stesso allenatore che prima ho esaltato e poi rigettato. Inzaghi ha purtroppo deluso le mie aspettativee credo non soltanto le mie. Non per questo chiedo che venga fatto fuori. Nonostante i tanti errori, il nostro allenatore merita ancora la fiducia dei tifosi, se non per quello che ha rappresentato e se non per la poca esperienza pregressa, almeno per tutta la convinzione e per tutta la determinazione che mette nel suo lavoro. Se continuerà a sbagliare, sarà inevitabilmente un cambiamento, tenendo però a mente che, ad oggi, l’obiettivo del terzo posto – malgrado la scientificità dei comunicati ufficiali – rappresenta un obbiettivo ormai quasi irraggiungibile (sebbene ancora sperato). Pertanto, cambiare allenatore adesso, significherebbe soltanto dare ancora una volta prova di quanto sia ormai fragile la società Milan e di quanto abbia ormai raggiunto livelli di basso, bassissimo, profilo.

Dietro il mio rimpianto, c’è una questione più profonda. Supponendo di arrivare a fine gestione, in una situazione di anonimato come quella che stiamo vivendo (adesso e da ormai troppo tempo), cosa accadrà questa estate? Supponendo di arrivare a fine stagione, in una situazione di anonimato come quella che stiamo vivendo adesso e che abbiamo già vissuto la scorsa stagione, ci affideremo ancora una volta alla scelta più economica (nella speranza che si riveli anche la più giusta) o sceglieremo un allenatore?

18maggio1994

Posted by 18maggio1994

Marco Pasquale Marchese. Nato a Palermo, classe 1993. Rossonero non per passione, ma per fede. Laureando in Giurisprudenza, anche se avrei voluto studiare Storia dell'Arte. Ma poi come avrei spiegato ai professori che una giocata di Van Basten vale quanto un quadro di Caravaggio ?