Per me, che sono piemontese di Cuneo (e quindi uomo di mondo già dalla nascita) la vera rivalità calcistica è sempre stata quella con la Juventus. Sicuramente i veri casciavit meneghini sentono di più l’effetto della stracittadina, la settimana di preparazione prima dei derby, gli sfottò con gli interisti sul metrò. Io invece ho sempre vissuto il dualismo con l’Inter in secondo piano, come si fa coi cugini poveri, ma quelli poveri davvero. D’altronde, mentre il Milan vinceva scudetti e Champions league quegli altri mettevano insieme collezioni di Vampeta ed Hakan Sükur. Persino durante le vacche magre del triplette non rosicavo tanto. Cioè, mi giravano a livelli astronomici quando le si prendeva quattro a zero nel derby delle ciabatte di Seedorf, ma l’ammirazione per Mou mi faceva risaltare di più i meriti di quel gruppo che il fatto di essere la seconda squadra di Milano.

Ora che anche loro sono rientrati nei ranghi, lascio loro volentieri rimuginare nel loro cofanetto dei ricordi (la cartina al tornasole per riconoscere un interista è contare il numero di riferimenti al triplete nei suoi discorsi) mentre io rovisto nel mio ben più ampio e fornito baule.

Perché il problema sono quelli là. Quelli della maglia bianca e nera. Quelli delle tre stelle e della contabilità del cuore. Quelli che ancora oggi rimpiangono il ferroviere senese che risponde al nome di Luciano Moggi.

A volte penso che essere milanista sia un atto di onestà intellettuale verso me stesso. E ringrazio quel giorno in cui vidi giocare e segnare Marco Van Basten per poi chiedere di avere la sua maglietta, quella con scritto Mediolanum. Perché certo, rosico anche io come tutti quando vedo il Milan perdere (e negli ultimi anni capita un po’ troppo spesso, purtroppo). Ma sono (siamo, secondo ciò che vedo passare sulla mia TL ogni volta che vedo una partita del Milan con Twitter aperto) realisti nel riconoscere quando il Milan si fa una figuraccia.

Non ero su Twitter quando il Manchester ribalto il Milan di 4-2-fantasia di Leonardo, o quando il Tottenham venne a vincere San Siro nella partita ricordata per lo scontro Gattuso-Jordan e quello altrettanto scenografico tra Flamini e Corluka. Ma sono pronto a scommettere che la maggioranza dei milanisti sarebbero stati li, a riconoscere la figuraccia.

Anzi, se c’è una caratteristica del tifoso milanista è quella di essere (come da hashtag che ho letto per prima ad @arcticminnie) #maicuntent e a volte buttarsi più giù del necessario. Sono infatti frequenti su Twitter le citazioni alla partita che si giocò 9 anni orsono in quella che fu la capitale dell’impero ottomano. O di quella non meno tragica giocata in Galizia un anno prima (che dovesse vincere José era scritto da qualche parte).

Invece lo juventino medio, no. Lui professa un atto di fede nel momento di dichiarare la sua fedeltà alla gobba. Mette da parte qualsiasi lume di ragione e decide di credere solamente al verbo bianconero ed ai suoi profeti che (purtroppo aggiungo io) imperversano su carta stampata e tubo catodico (esistono ancora i tubi catodici?). Eclatante è il caso del giornale fondato a Torino da Renato Casalbore, ma altrettanto clamoroso è quello della più famosa televisione a pagamento italiana.

Sicuramente vi è già capitato di parlare con uno Juventino di quelli incalliti. No, quelli che dicono che l’anno in serie B ha fatto bene non contano, ad un’analisi più approfondita scoprireste che in realtà seguono il calcio come io seguo il campionato di tamburello e si dicono Juventini perché in Italia se si dice che non si è tifosi di una squadra di calcio si viene subito guardati con sospetto. Ecco, con juventini incalliti non c’è verso di fargli notare le incoerenze e le ruberie perpetrate dalla propria squadra del cuore da quando è stata fondata.

Qualsiasi azione dubbia a favore della Juve è netta o, in caso sia cosí sfacciatamente chiara da non poter essere ribattuta, eccoli pronti a negare l’evidenza o parlare di centimetri.

Quando si tocca calciopoli poi, si raggiungono livelli tragicomici. Nonostante le tonnellate di prove, intercettazioni e altri materiale giuridico accatastato al tribunale di Napoli, il gobbo si chiude a riccio.

Dice che è stato un complotto per fermare la squadra più forte d’Italia (giá perché in Europa…), che è stato tirato fuori tutto a causa di Guido Rossi (uomo Telecom in quota Inter) e che anche i milanisti devono stare zitti perché c’era Meani. Si. Lo riscrivo in maiuscolo perché bisogna leggerlo bene. MEANI.

Loro mandavano il loro direttore generale a parlare con chiunque si occupasse di designazioni e lo si mette sullo stesso piano di un funzionario del Milan di cui, francamente, fino al maggio del 2006 non avevo mai sentito parlare.

Persino nei loro momenti piú tristi degli ultimi anni (i due settimi posti targati Zaccheroni – Delneri) inneggiavano ai bei tempi (per loro) di Luciano Moggi.

Quello che è successo domenica al nuovo Delle Alpi è solamente l’ultimo esempio di quella mentalitá. Sputi, schiaffi e spintoni che, come se non bastasse, sono stati visti e puniti (?) dal giudice Tosel (si, quello della discriminazione territoriale) con 30 mila euro di ammenda.

Grazie quindi a Marco Van Basten, che segnando quel giorno (non ricordo quale dei tanti) mi ha fatto diventare milanista: capace di poter criticare la mia squadra e poter riconoscere quando si è fatta una figuraccia quando ce n’è bisogno. Pippo peró, se leggi queste righe, facciamo in modo non averne tanto bisogno, se possibile.

P.S.: Scusate se ho sbagliato il titolo, non ho fatto il classico

Posted by _emmegi