milan_pato_gettyManca solo l’ufficialità che, per una volta, non è data dal mancato accordo tra le parti ma solamente dall’intervallo che intercorre tra il primo gennaio e l’apertura effettiva del mercato il 3 e poi Alexandre Rodriguez da Silva – meglio noto come Pato – non sarà più un giocatore del Milan. Una cessione che a differenza di quelle di Thiago ed Ibra questa estate non può che essere senza alcun rimpianto per un giocatore che in rossonero non ha più niente da dare, una cessione che paradossalmente potrebbe addirittura rafforzare la squadra.

Già, perché Pato, di fatto, arriva a questa cessione in una maniera molto diversa dagli altri scarti del Milan che erano finiti ai margini della squadra prima di essere poi ceduti: Pato era stato messo sul mercato già un anno fa dalla coppia Allegri – Galliani che era riuscita ad imbastire nell’affare Tevez una trattativa con odore di furto con scasso al Manchester City. Come però sappiamo tutti il papero non solo è rimasto a Milano ma è rimasto giocando sempre quando ha potuto: una settimana dopo in campo contro il Novara, quindi l’Atalanta ed il derby passando per le fugaci apparizioni contro Juventus e Arsenal. Nonostante fosse in odore di cessione Pato al Milan una riserva non lo è mai stata nemmeno quando il suo rendimento era palesemente inferiore a quello di compagni di squadra ben più meritevoli tenuti in panchina fino alla paradossale sostituzione di El Sharaawy nella gara casalinga contro il Malaga risoltasi però a suo favore in virtù del gol del pari.

Cosa è stato Pato per il Milan in queste ultime due stagioni non è dato saperlo: i numeri, impietosi, parlano di sei gol in 27 presenze due soli di questi veramente pesanti (il primo al Camp Nou contro il Barcellona e quello contro il Malaga in Champions), due in gare di secondo piano (Viktoria Plzen a qualificazione già avvenuta in Champions e Novara in coppa Italia), due per meriti dei compagni (Chievo e Anderlecht). I numeri già insufficienti non raccontano però delle partite giocate quasi controvoglia, di quelle apparizioni da tourneé di un giocatore a fine carriera lasciando praticamente la squadra in 10: la più evidente proprio nel primo tempo di quello scontro diretto del gol di Muntari. Non è quasi mai stato nemmeno un giocatore decisivo nonostante l’apporto in termini in gol: fallito l’obiettivo Champions appena arrivato con il Milan Pato ha conseguito poi la miseria di due terzi posti e solo con l’apporto di Ibrahimovic e Robinho ha potuto, poi, contribuire allo scudetto decidendo quel famoso derby. Non è mai stato un leader in campo nonostante abbia provato a farlo soffrendo sempre le personalità più forti della sua a differenza di quanto sta facendo ora El Sharaawy: la sensazione è che sarà ricordato più per quello che ha fatto fuori dal campo.

Il problema che ha infatti trasformato Pato da giocatore di calcio in uomo-immagine non è stato solamente quello della relazione con Barbara Berlusconi, mai fermata o ostacolata dalla società (e chi più del padre avrebbe dovuto intervenire?) che ha trasformato il ragazzo in un giocatore egoista, supponente e pieno di se. Il problema è stato anche e soprattutto l’impatto di questa relazione sul piano sportivo con il numero sette che ha giocato praticamente sempre e comunque quando in condizione arrivando sia a forzare i tempi di recupero per presentarlo in partite improbabili (ricordate la fugace apparizione nel ritorno di Champions al Camp Nou?) sia a schierarlo sempre e comunque a discapito dei più meritevoli. Contrariamente a molti non imputo alla società le colpe dei problemi fisici di Pato: il giocatore ha visitato i migliori esperti mondiali in materia e nonostante ciò gli infortuni sono continuati – è buon costume quindi pensare che tali problemi sarebbero emersi comunque. L’errore ai piani alti è invece stato non solo tenersi in casa un giocatore del genere ma continuare ad investire su di lui anche quando era evidente il fallimento: nessun tifoso rossonero sano di mente avrebbe rifiutato l’offerta del PSG.

Il Milan non mancherà a Pato ma soprattutto Pato non mancherà al Milan: già oggi il papero a causa dei continui infortuni non è più un giocatore rossonero e la sua assenza non ha, di fatto, mai inciso sul rendimento della squadra se non paradossalmente in positivo: quando Pato ha giocato in campionato quest’anno il Milan ha realizzato un punto di media a partita mentre quando non è stato schierato la media sale a 1,64 addirittura quando è stato presente in campo la tendenza della squadra è stata quella di subire gol (-0,14/partita) mentre quando non è stato schierato di farli (0,72/partita). Non è quindi un divorzio ma una separazione consensuale che va a risolvere una situazione che era diventata difficile per entrambe le parti: Pato era un problema per il Milan ed il Milan era un problema per Pato. Difficilmente lo rimpiangeremo: sia per la sua scelta di tornare a giocare in un campionato di basso livello dove altri “fenomeni” come gli Adriano di fine carriera riuscivano ad emergere, sia perché, di fatto, i sostituti li abbiamo in casa e si chiamano El Sharaawy e Niang. Addio, campione bruciato.

Diavolo1990

Posted by Diavolo1990

Amministratore, co-fondatore e capo-redattore del sito dalla sua fondazione.